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Marchionne all’assalto di Detroit “Non opponetevi ai cambiamenti”

Tra il Detroit Golf Club, uno dei più antichi degli Stati Uniti, e il Country Club of Detroit, che sorge nell’area di Grosse Pointe, a ridosso delle ville più sfarzose della città, la rivalità è sempre stata forte. E’ su questi prati verdi che si decidevano le fortune della città dell’auto ed è in questi club che si faceva la storia delle quattro ruote quando Ford, Gm e Chrysler si spartivano gran parte del mondo. I rovesci economici e la storia recente hanno spazzato via quell’età dell’oro. Ma i riti di un tempo sono duri a morire, anche nella pragmatica America. «E’ come se fosse rimasta una tendenza a custodire le vecchie abitudini ma è quella tendenza che dobbiamo superare se vogliamo creare valore», dice Sergio Marchionne parlando della città dell’auto nel Michigan. In una pausa del consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti, nel parco dell’hotel San Clemente, su un’isola della laguna veneziana, l’ad del Lingotto spiega le buone ragioni della sua proposta di fusione tra case automobilistiche per far rendere di più il capitale. E aggiunge: «E’ meglio realizzare queste operazioni senza l’urgenza di una grave crisi. Bisogna intervenire oggi con razionalità. Inseguendo l’autosufficienza si rischiano disastri domani».
Anche a Detroit, sembra di capire, c’è un salotto buono che si oppone ai cambiamenti. La tendenza all’arroccamento sull’esistente non è una malattia che si possa confinare all’Italia dei tempi di Mediobanca. Nel Paese dove tutto cambia in fretta, dove i manager fanno lo scatolone in poche ore, ci sono mondi, come quello delle quattro ruote, dove prevale «la tendenza a custodire vecchie abitudini». Perché a Detroit, nonostante la bancarotta pubblica, sono tornate a fiorire le fortune private e qualche manager può davvero illudersi che sia tornata l’età dell’oro dei golf club. Visto dall’America il mercato dell’auto va a gonfie vele. L’unico piccolo segnale in controtendenza è il fatto che la crescita sta rallentando e che molti analisti ritengono si stia arrivando una nuova, inevitabile, flessione. Ma sarebbe stato molto difficile convincere i ragazzi dell’antica Troia a non festeggiare la partenza delle navi greche. Cassandra ci provò invano. A Detroit l’appello di Marchionne suona strano. I manager come Mary Barra fanno ironia: «L’unica fusione che abbiamo fatto in questi anni è quella con noi stessi». Pensano che con il tempo saranno loro a sopravvivere e toccherà agli altri, magari a Fca, soccombere.
Sergio Marchionne, al contrario, ha fretta. Sa che realizzare un merger non è semplice: quello tra Mercedes e Chrysler, tanto per fare un esempio, fallì miseramente. Nessuno può, al contrario, dire che la nascita di Fca non sia stata un successo. Ma non ci si può mai fermare. Le prospettive del mercato Usa, l’unico che tira oggi nell’impero del Lingotto, non sono brillantissime. E siccome anche in America l’auto è un fatto economico e politico insieme, non è indifferente tentare una fusione entro il 2016, con l’amministrazione Obama, o dopo il 2016, con chiunque gli succeda. Bisogna tagliare i tempi se si vuole svegliare il vecchio salotto di Detroit. Per questo Marchionne si rivolge direttamente agli azionisti delle società automobilistiche, soprattutto ai fondi istituzionali. «Abbiamo un’interlocuzione con loro ma non direttamente », dice l’ad a Venezia. E si capisce che sono le banche, in queste settimane, a tenere il filo della trattativa con i fondi pensione che governano in Gm. Sono loro a sperare che una fusione possa far rendere di più il capitale investito per poter pagare il dentista a pensionati dell’auto. Con quei fondi Marchionne ha governato in Chrysler. Li conosce.
Non sarebbe la prima volta che gli azionisti spingono gli amministratori delegati a cambiare o a passare la mano. Era già successo a Detroit. All’inizio degli anni Novanta era stato il Calpers, il fondo pensioni dei dipendenti pubblici della California, a condurre una battaglia durissima contro il ceo di General Motors, Robert Stempel, accusandolo proprio di non far rendere al meglio il capitale. Il Calpers vinse ma a un prezzo molto alto: nel 1992 Gm chiuse 12 fabbriche, licenziò 74 mila persone e perse 7 miliardi di dollari. E’ ricordando quel precedente che le banche favorevoli alla fusione stanno provando a convincere in queste settimane i fondi di Gm a prendere in considerazione la proposta di Marchionne.
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