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Il marchio aziendale è sequestrabile per evasione

All’azienda può essere sequestrato il marchio nel caso in cui il titolare venga indagato per evasione fiscale.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 38952 del 23 settembre 2019, ha respinto il ricorso di un manager.

In particolare l’uomo era finito nel mirino degli inquirenti per omessa dichiarazione ed emissione di fatture false.

Aveva ceduto all’impresa di sua proprietà il marchio della casa di moda. La vendita è stata insufficiente ai fini della misura.

Infatti, hanno spiegato gli Ermellini con una interessante motivazione, in tema di confisca per equivalente, la «disponibilità» del bene, quale presupposto del provvedimento, non coincide con la nozione civilistica di proprietà, ma con quella di possesso, ricomprendendo tutte quelle situazioni nelle quali il bene stesso ricade nella sfera degli interessi economici del reo, ancorché il potere dispositivo su di esso venga esercitato tramite terzi, e si estrinseca in una relazione connotata dall’esercizio dei poteri di fatto corrispondenti al diritto di proprietà.

Fra l’altro, aggiunge la terza sezione penale, l’ordinanza impugnata motiva ampiamente circa la sussistenza di tali condizioni nel caso di specie e sulla disponibilità del marchio da parte dell’indagato, che – come da lui stesso ammesso in interrogatorio – ne ha trasferito la formale intestazione alla società, di fatto di sua proprietà, allo scopo di «occultare la riconducibilità del marchio e della licenza» a sé medesimo, in quanto «debitore nei confronti dell’Erario», continuando tuttavia a gestire e a sfruttare il marchio godendo dei frutti derivanti dal suo utilizzo. Le argomentazioni spese a sostegno della conclusione sono conformi al rigore richiesto dalla giurisprudenza di legittimità, posto che in caso di sequestro preventivo per equivalente avente a oggetto beni formalmente intestati a persona estranea al reato, incombe sul giudice una pregnante valutazione sulla disponibilità effettiva degli stessi; a tal fine, non è sufficiente la dimostrazione della mancanza, in capo al terzo intestatario, delle risorse finanziarie necessarie per acquisire il possesso dei cespiti, essendo invece necessaria la prova, con onere a carico del pubblico ministero, della riferibilità concreta degli stessi all’indagato.

In altri termini, per i Supremi giudici le contestazioni mosse dalla difesa alla conclusione affermata dal tribunale sono generiche, facendo leva su mere questioni formali relative agli apparenti rapporti giuridici intercorrenti secondo il diritto elvetico tra la società ricorrente e chi sia della stessa proprietario.

Debora Alberici

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