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Marchi&brevetti detassati

Dimezzare la tassazione sulle royalties derivanti dallo sfruttamento della proprietà intellettuale di qualsiasi genere: è questa la sostanza del patent box contenuto nell’articolo 7 della legge di Stabilità. L’obiettivo dichiarato è quello di «incentivare la collocazione in Italia dei beni immateriali detenuti all’estero da imprese italiane o estere».

In pratica trasformare il Belpaese in una sorta di paradiso fiscale di marchi&brevetti. L’idea sembra essere partita dalla segreteria tecnica del ministero dello sviluppo economico ma è stata accolta con interesse anche dal ministero dell’economia che spera, a fronte della riduzione delle aliquote d’imposta, in un allargamento della base imponibile.

Ma procediamo con ordine. L’articolo 7 dell’attuale bozza di disegno di legge di Stabilità prevede una riduzione della base imponibile per tutti i redditi derivanti dallo sfruttamento della proprietà intellettuale pari al 30% nel 2015, al 40% nel 2016 e al 50% dal 2017 al 2020. Tra cinque anni si vedrà. L’idea, infatti, apparentemente semplice ed efficace per incentivare ricerca&innovazione, è probabilmente destinata a sollevare le ire dei nostri partner comunitari, soprattutto la Germania, da sempre contraria a questo tipo di misure. È possibile quindi che i ministeri competenti abbiano già concordato con gli organismi comunitari competenti un via libera temporaneo (fino al 2020, appunto) in attesa che l’Unione europea elabori una posizione comune in merito. L’Italia non è infatti il primo paese a introdurre un patent box. Prima di noi sono arrivati Ungheria, Belgio, Francia, Olanda, Lussemburgo, Spagna e Gran Bretagna. E alcuni di questi paesi stanno già affrontando procedure per aiuti di stato. Oltretutto il patent box italiano è uno dei più ampi, sia per il livello degli sconti sia per le tipologie di reddito interessate.

Ma non c’è dubbio che l’Italia, che è ancora un paese manifatturiero, non è più in grado di competere, in moltissimi campi, con paesi come la Cina, l’India o l’Est europeo, dove il costo della manodopera è nettamente inferiore. In queste condizioni l’unica possibilità di riprendere la via dello sviluppo è quella dell’innovazione. Occorre però che anche i frutti dell’innovazione rimangano in Italia. Attualmente invece, a causa dell’alto livello di imposizione fiscale, spesso le nostre imprese trovano più conveniente cedere lo sfruttamento della proprietà intellettuale a società con sede in paesi a bassa fiscalità, finendo così per impoverire il Paese (e l’erario) di risorse che sarebbero importanti per rilanciare lo sviluppo.

Agevolare la tassazione di questi redditi, che a regime sarebbero soggetti a un’aliquota Ires del 13,75% e al dimezzamento delle aliquote Irap, Irpef e addizionali, significa quindi evitare una dispersione di risorse, rendere competitivo il sistema-Paese e incentivare la creazione di beni immateriali quali appunto quelli legati alla proprietà intellettuale.

L’unico limite a questa disposizione è forse quello di un orizzonte temporale limitato. Chi pianifica l’allocazione e lo sfruttamento di un marchio o un brevetto in Italia piuttosto che in Gran Bretagna o in Lussemburgo (dove, per inciso, l’imposta su questi redditi è pari a zero) lo fa in considerazione di uno scenario di medio-lungo periodo.

Qui invece saremmo di fronte a un’opzione che produrrà efficacia per un periodo non superiore a cinque anni. Uno stimolo interessante in molti casi. Insufficiente in molti altri per motivare la pianificazione di un rientro in Italia dello sfruttamento dell’Ip, con tutte le complessità e i costi che ciò comporterebbe.

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