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Marcegaglia: piuttosto che fare una cattiva riforma meglio non farla

di Nicoletta Picchio

MANTOVA. Dal nostro inviato
«Meglio non fare nessuna riforma che farne una cattiva». E ancora: «Se si riduce la flessibilità in uscita che è stato previsto, allora bisogna rivedere tutto, dalla flessibilità in entrata, specie i costi aggiuntivi su quella buona come i contratti a termine, il fatto che non ci sia più la mobilità». Al punto che «è opportuno chiedersi se ha senso fare la riforma».
Emma Marcegaglia parla a Mantova, la sua città, all'assemblea degli industriali, accolta da un applauso calorosissimo, con lei che ringrazia colleghi e familiari. È uno degli ultimi appuntamenti da presidente: «Ho sollievo per la fatica, rammarico perché finisca, sono contenta per chi prenderà le redini, farà molto bene». Applausi ancora, per lei e per Giorgio Squinzi, il successore, in prima fila in platea. Accanto alla Marcegaglia ci sono Laurence Parisot, numero uno di Medef, la Confindustria francese, ed Hans-Peter Keitel, presidente di Bdi, la Confindustria tedesca. In Francia il reintegro esiste solo per licenziamenti discriminatori, in Germania vi si ricorre in casi eccezionali. Ieri Keitel l'ha spiegato: «Tra imprese e sindacati c'è collaborazione. Ci sono discussioni, ma non frequentemente, ci si mette d'accordo quando si devono fare licenziamenti. E c'è un diritto del lavoro indipendente, con la giustizia raramente coinvolta». Aspetti che la Marcegaglia rimarca: «Vogliamo modificare una situazione che esiste solo in Italia. In Germania sindacati e imprese collaborano, da noi c'è ancora parte del sindacato che ha una visione ideologica». E contesta le accuse che le modifiche al 18 nascondano la volontà di licenziare: «Ma siamo matti? Gli imprenditori non licenziano per il gusto di farlo, le risorse umane sono un valore. Ma se non c'è più il rapporto fiduciario, non c'è più il posto di lavoro o il dipendente lavora male viene fatto uscire». Preoccupano i dati sulla disoccupazione: «La riprova che siamo in recessione, per quella giovanile bisogna migliorare il passaggio tra università e lavoro». La ricetta più importante è crescere: sono in sintonia Marcegaglia, Parisot e Keitel. Non basta l'austerità, anche se Keitel ha insistito sull'importanza dei «bilanci sani» degli Stati nazionali. Necessità della crescita, con la Parisot che auspica gli Stati Uniti d'Europa, una competitività europea nei confronti del mondo. Idee condivise dalla Marcegaglia. Ma i singoli paesi devono fare i compiti a casa. L'Italia deve continuare con le riforme. Dalla spending review sulla spesa pubblica «ci dobbiamo aspettare non qualche miliardo di euro di tagli ma ci aspettiamo tagli più importanti». E ancora liberalizzazioni, semplificazioni, ridurre le tasse su imprese e lavoratori, visto che la pressione fiscale è al 60% su chi le paga, 20 punti più della Germania, così come sono 5,5 i punti oltre la media Ue sul cuneo fiscale e contributivo, risolvere il problema dei 100 miliardi di debiti della Pa verso le imprese, che aggravano il credit crunch. Nell'immediato risolvere il problema degli esodati, «ma non con costi sulle imprese». Servono i soldi per gli investimenti, ha aggiunto, per le infrastrutture, per ricerca e innovazione, rifinanziando quel credito d'imposta, che in Francia, come ha detto la Parisot, è stato uno dei punti di forza, come la riforma dell'università che ha avvicinato atenei e aziende, obiettivo rilanciato dalla Marcegaglia anche per l'Italia.
Confindustria chiede a Monti di andare avanti, unendo austerità e crescita. E rivendica come uno dei meriti della sua Confindustria essere stata una «voce forte» nel momento più grave della crisi, a dire che «bisognava cambiare». Alla domanda se hanno fiducia in Monti, risponde senza esitazioni «beaucoup» la presidente del Medef. E Keitel: «Monti e Draghi hanno dichiarato che l'Europa è fuori dalla crisi, spero abbiano ragione».
Le relazioni industriali, ha detto a margine la Marcegaglia, è stato uno campo dove ha avuto migliori risultati, con le aziende che possono utilizzare contratti nazionali, prevedere deroghe, come già realizzato dai meccanici, fare contratti ad hoc come Ferrovie, Fiat. Un rammarico: non aver fatto di più nella riorganizzazione di Confindustria. Sono stati ridotti i costi del 20%, create 20 reti di associazioni che riguardano 56 territoriali. «Il processo è avviato, bisogna andare avanti. Non dico che Confindustria non vada ripensata, ma non con riforme calate dall'alto. Le territoriali sono una ricchezza, devono unire i servizi. Comunque la prossima presidenza ragionerà su questo», ha detto, aggiungendo che le grandi imprese pagano troppo rispetto a ciò che ricevono. Quanto alla Fiat, «ha fatto la sua scelta, anche se è rimasta legata a Torino. Mi auguro possa ripensarci. Comunque ci sono 5mila aziende che vogliono entrare».

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