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Marcegaglia: «Eni continuerà a crescere con il mini-barile»

Ribadisce, più volte, che il cda da lei presieduto «discute e approfondisce molto», ma, soprattutto, Emma Marcegaglia rimarca «che l’Eni di oggi è molto diversa dal passato, capace di creare profitto e di continuare a crescere in uno scenario di prezzo del petrolio basso». Presidente dell’Eni ormai da due anni, Marcegaglia ripercorre la trasformazione innestata da Claudio Descalzi al suo arrivo al timone del gruppo. «Fin dal suo insediamento, l’ad ha portato all’attenzione del cda il cambiamento dell’organizzazione, il primo pilastro della svolta che ha portato l’azienda a diventare una compagnia integrata oil&gas focalizzata sull’upstream. Da subito, abbiamo quindi impostato un lavoro di ristrutturazione sui business downstream: nella raffinazione, che è arrivata al pareggio con due anni di anticipo rispetto al piano; nella chimica, che ha centrato nel 2015 il miglior risultato degli ultimi 20 anni; nel gas&power, che sarà strutturalmente a break even nel 2017. Poi siamo intervenuti con decisione sui costi, lo abbiamo fatto quando il petrolio viaggiava ancora sui 100 dollari ed è stato importante partire prima degli altri». Prima, cioè, che il crollo del prezzo del brent imponesse a tutte le major di stringere la cinghia. «A quel punto – aggiunge – abbiamo intensificato e velocizzato la nostra strategia».
Se il prezzo dovesse rimanere a lungo sugli attuali livelli, c’è ancora margine per intervenire sulla “macchina”?
Dopo due tornate di riduzioni di costi e investimenti, ci siamo posti l’obiettivo, con uno scenario fissato a 50 dollari per il 2016, di riuscire a pagare tutti gli investimenti e, nel 2017, di riuscire a coprire sia investimenti che dividendi a 60 dollari. Anche con un greggio che veleggia sui 50 dollari, l’Eni avrebbe quindi una situazione di equilibrio finanziario e patrimoniale molto forte. Senza contare che, anche grazie al deconsolidamento di Saipem, abbiamo attualmente una delle leve in assoluto più basse del settore. Ad ogni modo, continueremo ad adoperarci per allineare ulteriormente i nostri costi operativi, già tra i più bassi del settore, al prezzo del petrolio.
Uno studio dell’Ihs paventa il rischio che, dopo il 2020, anche per via dei forti tagli delle compagnie agli investimenti in produzione ed esplorazione, si crei uno squilibrio fortissimo tra offerta e domanda.?Intravvede questo pericolo?
Se guardiamo da qui ai prossimi 3-4 anni, il disallineamento tra domanda e offerta è quasi certo perché gli investimenti sono stati tagliati del 35% nel 2015, mentre la domanda continua a crescere.
Avete previsto sia una crescita della produzione (+3% annuo da qui al 2019) che dell’esplorazione dove stimate 1,6 miliardi di barili di nuove risorse nell’arco di piano. Anzi, siete convinti di poter superare la guidance di 400 milioni del 2016. Non è un obiettivo troppo ottimistico?
Assolutamente no. Nel primo trimestre abbiamo già scoperto 120 milioni di barili di nuove risorse sui 400 milioni di target per l’intero anno e questo è un dato che ci fa pensare che potremo superare l’obiettivo annuale. L’esplorazione in Eni è una eccellenza e tutti ce la invidiano. Abbiamo “in casa” ricerca di altissimo livello, brevetti di proprietà, un team interno qualificato, mentre i peers hanno esternalizzato le attività: tutti tasselli che non si creano da un giorno all’altro.
Sul vostro business, però, pesa il rischio geopolitico. Qual è la situazione in?Libia e in Egitto?
Sono due paesi molto importanti per l’Eni. In Egitto abbiamo scoperto il mega-giacimento di gas di Zohr e stiamo andando avanti con grande rapidità.?In Libia, nonostante l’instabilità politica, continuiamo a produrre (attualmente circa 300mila barili al giorno). Le attività situate a est, nelle aree più difficili, sono chiuse da tempo, ma è a ovest, area più salvaguardata, che si concentra gran parte della nostra attività, offshore e onshore. E poi, con il nostro gas, forniamo energia ai libici: fare un danno all’Eni, dunque, significa danneggiare le comunità locali.
I sindacati hanno proclamato uno sciopero per domani (oggi, ndr) e contestano i vostri piani su Versalis, dove puntate a rimanere comunque al 30%. Il fondo Sk Capital è ancora in campo?
La trattativa è in corso. Noi abbiamo fissato delle condizioni relative al mantenimento del piano industriale, del perimetro societario e della forza lavoro, e, se questi requisiti non saranno rispettati, non chiuderemo con questa controparte. Ciò detto, non è una vendita, cerchiamo un partner perché serve un piano di investimenti forte e una grande focalizzazione.
Il tribunale del riesame di?Potenza ha confermato lo stop al centro di Viggiano e l’Eni è ora indagata anche per responsabilità oggettiva nell’inchiesta sulla Val D’Agri. Cosa vi aspettate?
Siamo piuttosto amareggiati per le accuse che ci sono state rivolte perché la nostra storia documenta che abbiamo sempre investito molto in ambiente e sicurezza. Ad ogni modo, vogliamo andare avanti, nella logica di collaborazione con la magistratura, perché vogliamo che sia fatta chiarezza fino in fondo e perché siamo convinti, come attestano le rilevazioni condotte dagli esperti indipendenti da noi ingaggiati, di aver rispettato le leggi, le regole e le prassi vigenti.
Se il fermo delle attività dovesse prolungarsi, abbandonerete il progetto?
Noi investiamo e continueremo a investire in?Italia (17 miliardi solo dal 2009 al 2015, di cui il 36% su ambiente e salute), abbiamo 20mila dipendenti diretti e 48mila nell’indotto. Non è in discussione l’abbandono del progetto in?Val D’Agri. Se ci saranno rischi occupazionali? Nonostante lo stop totale, abbiamo posticipato la decisione di avviare la procedura di cassa integrazione. Vedremo quale sarà l’evoluzione della vicenda, ma auspichiamo che possa trovare una soluzione positiva in tempi veloci.
Recentemente qualche rumor ha rilanciato l’idea della vendita del retail gas&power. In che direzione vi muovete?
La direzione è quella della sua valorizzazione e non abbiamo in corso alcun processo di dismissione. Oltretutto, questo segmento, che può contare su 10 milioni di clienti, ci garantisce una grande soddisfazione economica.
In questi due anni c’è stata anche una discontinuità sul fronte della governance?
Certamente. Ho fatto a gennaio un road show a Londra e a Parigi dove ho incontrato il 30% degli investitori istituzionali (il 14% del nostro capitale) sui temi della governance e ho riscontrato grande apprezzamento per i cambiamenti introdotti: il ruolo di assoluta garanzia del presidente; l’implementazione di un grande lavoro sulla gestione dei rischi con il rafforzamento della figura del risk manager (che, ogni tre mesi, riferisce al cda) e la mappatura costante dei rischi principali per un gruppo come il nostro, tra i quali sono già inseriti i rischi reputazionali; e, infine, il potenziamento delle pratiche anti-corruzione che abbiamo ulteriormente ampliato, introducendo anche il vaglio preventivo dell’unità di anti-corruzione per qualsiasi organo debba assumere una decisione.
Nell’ultima assemblea di Snam, i fondi si sono imposti nel voto sulle liste per il rinnovo degli organi sociali. Come lo interpreta?
C’è una richiesta di ascolto e di maggiore coinvolgimento e c’è anche, come ho riscontrato durante il road show, una domanda crescente di visibilità sulla corporate governance che viene considerata come elemento distintivo di competitività e di trasparenza. I nostri azionisti, poi, ci hanno chiesto anche un committment chiaro su sostenibilità, riduzione delle emissioni e rinnovabili, e la risposta dell’Eni è stata molto forte.
Un assist su questo fronte arriva dall’accordo di Parigi sul clima. Lo giudica sufficiente?
È stato un buon primo passo, ma bisogna continuare e avvicinare gli obiettivi vincolanti che l’Europa si è data a quelli altrettanto vincolanti che dovranno darsi le altree aree del pianeta. Diversamente, si corre il rischio che l’Europa vada avanti da sola con un enorme problema di competititività per l’industria europea.
Da presidente di Business Europe (l’associazione delle Confindustrie europee), ripete spesso che serve più Europa e non meno Europa. Nel mercato dell’energia, però, il Vecchio Continente sconta la mancanza di una regia unica forte…
È sicuramente importante che la commissione europea abbia inserito l’unione energetica tra i suoi obiettivi, ma occorre anche altro. Servono le interconnessioni perché un mercato unico ha bisogno di reti, anche fisiche, e una maggiore integrazione dei mercati all’ingrosso. È necessario un maggior coordinamento sul tema delle rinnovabili. E bisogna adoperarsi affinché le scelte unilaterali di uno Stato non impattino troppo negativamente sugli altri.

Celestina Dominelli

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