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Manovre sui cambi, faro del G-7

«Le ricette per l’economia globale», le ha chiamate il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, arrivando a Sendai per la riunione dei ministri finanziari e dei governatori del G-7, che fa da prologo al vertice della prossima settimana. Prima di affrettarsi ad aggiungere che queste ricette «sono diverse da Paese a Paese», cercando di prevenire le pressioni degli altri grandi Paesi industriali sulla Germania perché usi lo stimolo fiscale per aiutare la crescita propria e altrui.
A Sendai torna d’attualità il tema cambi, dopo le settimane di relativa quiete seguiti a pronunciamenti del G-20, che i mercati hanno interpretato come una volontà di stabilizzazione: non c’è una nuova guerra delle valute in vista, ma le dichiarazioni della vigilia intorbidano le prospettive.
I sette si trovano in Giappone sullo sfondo di una crescita che si sta indebolendo invece di rafforzarsi, a causa del rallentamento dei Paesi emergenti, come ha evidenziato il rapporto dell’agenzia di rating Moody’s, pubblicato alla vigilia. L’eurozona, per la verità, va in controtendenza con una previsione dell’1,7% quest’anno, dopo l’1,5% l’anno scorso.
«Parleremo di politiche macroeconomiche e di riforme strutturali», ha anticipato genericamente il padrone di casa, il ministro giapponese Taro Aso, mascherando le differenze di fondo. La politica di bilancio è al centro della discussione perché, per opinione quasi unanime, non c’è molto di più che la politica monetaria possa fare per sostenere la ripresa e le riforme strutturali, sempre invocate, procedono, a essere ottimisti, a rilento. Al Governo del Giappone, dove nel primo trimestre il prodotto interno lordo è cresciuto a sorpresa dell’1,7% su base annua, non dispiacerebbe rinviare, per la seconda volta, l’aumento dell’Iva previsto per l’anno prossimo, e anche il Canada punta sullo stimolo fiscale, ha detto arrivando alla cena di apertura di ieri sera il ministro Bill Morneau. L’Italia ha appena avuto la sua flessibilità approvata dalla Commissione europea e quindi userà il margine che ha ottenuto, gli Stati Uniti spingono soprattutto su Berlino. L’impressione è che si proceda in ordine sparso.
Il tentativo è ance quello di evitare di provocare turbolenze sui mercati finanziari, soprattutto sui cambi. «Le condizioni sono più stabili che all’inizio dell’anno», ha detto Christina Romer, ex capo dei consiglieri economici del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, convocata con un pacchetto di altri economisti per un’analisi a tutto campo dello scenario nella sessione di stamattina. All’orizzonte due grandi incognite: Brexit e la Grecia. La prima, la possibile uscita del Regno Unito dall’Unione europea dopo il referendum del 23 giugno, è quella che di gran lunga preoccupa di più i convenuti di Sendai, proprio per le possibili ripercussioni di mercato. Schaeuble ha provato a minimizzare l’una e l’altra, sostenendo che «si lavora sulla base dell’ipotesi che Londra resti nella Ue» e che «non ci sarà un’altra crisi greca». Se c’è volatilità sui mercati, secondo il ministro tedesco, è colpa del debito e della liquidità eccessiva, in quest’ultimo caso, insomma, della Banca centrale europea.
Ma è sui cambi che si sono concentrate le maggiori preoccupazioni. Dopo il G-20 di Shanghai a febbraio, i mercati si sono convinti, a torto o a ragione, che ci sia un “grande accordo” per stabilizzarli e con ogni probabilità il G-7 ribadirà la formula secondo cui vanno evitate svalutazioni competitive. La scena valutaria però è nuovamente in movimento. Le minute della Federal Reserve hanno riaperto la porta a un rialzo dei tassi d’interesse, che creerebbe nuovamente la divergenza fra le politiche monetarie che era rientrata nei mesi scorsi, e il Giappone, che vede lo yen ormai a livello di guardia dopo il recente apprezzamento, non si esime dal ventilare, per bocca del “Mister Yen” in carica, Masatsugo Asakawa, interventi sui mercati. La Bce sta alla finestra: dal resoconto della riunione di aprile emerge che il consiglio appare intenzionato a prendersi una pausa, dopo le decisioni già varate a marzo, alcune delle quali devono ancora avere effetto, che forniranno ulteriore stimolo. “Pazienza” è la parola usata dalle minute di Francoforte, anche se l’inflazione (oggi a -0,2%) continua a preoccupare. Certo, alla Bce non dispiacerebbe se la Fed muovesse a giugno, arrestando la discesa del dollaro. Anche se per ora la ripresa europea è trainata soprattutto dalla domanda interna.

Alessandro Merli

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