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Manovre nella Ue: Paese che vai, tasse e tagli che trovi

Nell’era dell’austerity i Paesi mediterranei giocano in difesa. Da Roma a Lisbona, passando per Parigi e Madrid, le manovre per il 2013 varate nell’ultimo mese – ora al vaglio dei Parlamenti nazionali – muovono le pedine del fisco (con aumenti dell’Iva o dell’aliquota sulle persone fisiche) e della spending review. Con l’Italia e il Portogallo che seguono l’esempio della Francia nell’introduzione della Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie.
La trincea anti-crisi vale complessivamente circa 87 miliardi, lo 0,9% del Pil dell’Eurozona. Le cure variano da Paese a Paese, ma l’obiettivo è per tutti lo stesso: riportare i conti pubblici sui binari concordati con Bruxelles. «Il rigore è il filo rosso che accomuna le quattro manovre, perché in questo momento non c’è spazio per politiche fiscali espansive. Tutti i Paesi hanno giocato, con diverse sfumature, la carta dell’aumento delle entrate, mentre servirebbero ulteriori sforzi nel taglio della spesa pubblica, in quanto gli effetti di contrazione sulla domanda sarebbero inferiori», dice Fabio Fois, economista di Barclays.
Nel primo budget dell’era Hollande il governo francese ha introdotto nuove tasse per 20 miliardi, che colpiscono i redditi più alti e le grandi imprese. Di pari passo è prevista una spending review da 10 miliardi che riguarda soprattutto le spese per la difesa e quelle degli enti locali. L’obiettivo è riportare il deficit al 3% come previsto dal Patto di stabilità Ue. Per Azad Zangana, European economist di Schroders, «si tratta di un budget miope: ci sono troppe misure una tantum ed è eccessivamente dipendente dalla tassazione dei redditi più alti. Le stime di crescita sono troppo ottimistiche e riteniamo che Parigi non riuscirà a rispettare i propri impegni sul deficit».
Il Portogallo (unico dei quattro sotto lo scudo del salvataggio Ue-Fmi) ha varato a metà ottobre una manovra da 5,3 miliardi, basata per l’80% su un aumento delle tasse: l’aliquota marginale media sulle persone fisiche sale dal 9,8 al 13,2%, cresce la pressione fiscale sulle imprese (grandi e piccole), così come l’imposizione sui capital gain. Previsti anche tagli alla spesa, con una riduzione del numero dei dipendenti pubblici, mentre vengono ridotti i sussidi di disoccupazione. Nuovi sacrifici per i cittadini portoghesi che hanno già provocato un’accesa protesta sociale. «È una manovra molto dura – spiega Silvio Peruzzo, senior European economist di Nomura – per dimostrare che il Paese continuerà a fare il possibile per rispettare il programma di salvataggio. Lo sforzo fiscale vale il 3,2% del Pil, ma è fortemente sbilanciato sul lato delle entrate piuttosto che su una maggiore riduzione della spesa».
La Spagna ha messo in campo lo sforzo più consistente: 40 miliardi per portare il deficit al 4,5% del Pil nel 2013, come concordato con Bruxelles, che le ha concesso un anno in più per la correzione di rotta. Qui le misure sono quasi equamente distribuite tra imposte e taglio alla spesa. Madrid ha puntato sull’aumento dell’Iva (passata dal 18 al 21%) e su una pesante sforbiciata della spesa di oltre il 7 per cento. «Il governo ha proseguito sulla strada tracciata dalle manovre precedenti – spiega Fois –, ma avrebbe dovuto fare un po’ di più per contenere la spesa delle regioni già a partire da quest’anno».
L’Italia va a braccetto con la Spagna con l’aumento dell’Iva (dimezzato però rispetto alle previsioni iniziali) ed è l’unico dei quattro che ha alleggerito la pressione fiscale sulle persone fisiche. Di pari passo ha deciso di abbattere la spesa sanitaria e di congelare i salari pubblici. «La detassazione dei salari di produttività e l’introduzione della Tobin tax – conclude Peruzzo – sono un mix interessante che tutti i Paesi avanzati dovrebbero avere. Restano però enormi potenzialità da sfruttare nella riduzione della spesa pubblica improduttiva».

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