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Manovre in Mediobanca Fuori anche Fininvest, il 2% verso Del Vecchio

Fininvest, a sorpresa, lascia Mediobanca, nel cui capitale era presente dal 2007. La holding della famiglia Berlusconi ha deciso di cedere la sua quota, pari al 2%, affidandola a UniCredit perchè la rivendesse, evidentemente a qualcuno disposto a pagare più del mercato. Fininvest ha incassato infatti 175 milioni per un prezzo unitario di 9,814 euro ad azione, che è superiore alla stessa chiusura di Borsa di ieri, pari a 9,782 euro, peraltro ai livelli massimi da più di un anno. Gli indizi portano a Leonardo Del Vecchio che, con la sua finanziaria di famiglia, la lussemburghese Delfin, è già salito al 13,2% di Mediobanca, avendo già in tasca l’autorizzazione della Bce ad arrivare al 20%. Nessuna conferma ufficiale, ma, a quanto risulta, la quota ex Fininvest non sarebbe già più nelle disponibilità di Unicredit che l’avrebbe collocata proprio presso la Delfin che, a questo punto, per arrivare al traguardo avrebbe bisogno soltanto di rastrellare un altro 5%.

Il pacchetto che faceva capo a Fininvest era stato interamente conferito al patto di consultazione di Piazzetta Cuccia che però, dopo il “liberi tutti” dell’ultimo rinnovo, non vincolava più i soci a mantenere le azioni in portafoglio, nè a offrirle in prelazione agli altri partecipanti. L’accordo formalmente resta in piedi, ma ridimensionato al 10,6%, con la quota maggiore, un po’ più del 3%, in mano alla famiglia Doris che negli ultimi tempi non era sembrata più così granitica nel tenere il punto di fronte all’avanzata del patron di Luxottica.

Quale sia il disegno ancora non è chiaro, tanto più che al momento l’autorizzazione della Bce è stata concessa a un soggetto che ha dichiarato un interesse finanziario nella partecipazione. Ma si tratterebbe di una situazione bizzarra, se il primo azionista – con una quota del 20% – fosse interessato solo a staccare i dividendi, senza avere alcuna rappresentanza in cda. Di bizzarro c’è anche che l’improvviso risveglio di interesse per Mediobanca non si è manifestato solo da parte di Del Vecchio, che appare determinato ad andare fino in fondo, ma anche da parte di un altro azionista di peso di Generali, Francesco Gaetano Caltagirone, il quale non ha fatto mistero di non condividere più la politica di Mediobanca nei confronti della compagnia triestina. Entrambi gli imprenditori starebbero preparandosi a giocare le proprie carte con ampio anticipo rispetto alla scadenza del board del Leone l’anno prossimo. Passare da Piazzetta Cuccia per arrivare a Trieste sembra però un percorso tortuoso, anche perchè la strada è lastricata da intrecci che rischiano di sollevare dubbi di possibili azioni di concerto. Ad ogni modo, anche Caltagirone, avrebbe considerato di arrotondare fino al 5% la propria partecipazione in Mediobanca, nella quale è spuntato più recentemente con l’1%.

Per tornare a Fininvest, la holding ha fatto notare che il realizzo delle azioni Mediobanca è avvenuto allo stesso prezzo alle quali le aveva in carico, rendendo possibile immaginare un utilizzo finanziario diverso dei proventi su impieghi più diversificati. L’unica altra partecipazione “rotonda” di Fininvest, fuori dai business di famiglia, è quella in Mediolanum dell’amico Ennio Doris.

Alcuni osservatori mettono in relazione la decisione di Fininvest di disimpegnarsi con la vicenda che ha opposto Vivendi e Mediaset nel braccio di ferro sulla mancata compravendita di Mediaset Premium, contenzioso che si è appena concluso con un compromesso, per metterci definitivamente una pietra sopra. Al gruppo televisivo e alla sua controllante avrebbe creato qualche imbarazzo uno studio, realizzato da Mediobanca come banca d’affari, su una possibile combinazione Vivendi-Mediaset, con i francesi a farla da padrone. L’episodio avrebbe lasciato il segno anche se nella pratica Mediobanca si è sempre tenuta fuori da una vicenda che riguardava due dei suoi principali azionisti, considerato che all’inizio della storia Vincent Bollorè, il patron di Vivendi, era ancora il secondo maggior azionista dell’istituto dietro a UniCredit (entrambi poi sono usciti dal capitale). Da ambienti vicini a Fininvest, tuttavia, non si avvalora questa vicenda come motivazione alla vendita delle azioni.

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