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Manovra, la riforma Irpef slitta al 2022. Sale la spesa per le pensioni, deficit al 10,8%

È una catastrofe senza precedenti quella descritta per il 2020 nella NaDef, la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, approvata dal Consiglio dei ministri. Un calo del Prodotto interno lordo del 9% che potrebbe precipitare fino al 10,5% in caso di «scenario avverso di recrudescenza dell’epidemia». Quasi mezzo milione di occupati in meno sul 2019. Un deficit del 10,8% del Pil e un debito del 158%. Del resto, i provvedimenti per l’emergenza hanno gonfiato l’indebitamento netto per oltre 80 miliardi. E nei primi 8 mesi del 2020 le entrate sono calate di 16,6 miliardi.

Certo, per il 2021 il governo conta su un forte rimbalzo, grazie anche alla manovra che sarà approvata a fine mese. Il Pil dovrebbe salire del 6%, ma potrebbe fermarsi all’1,8% di tendenziale (cioè al netto degli effetti della manovra), nel caso di seconda ondata Covid. Insomma un quadro che resta difficile, con la necessità, oltretutto, di evitare l’esplosione del debito . È vero, l’Europa ci darà una mano. Ma non subito, ammette la stessa NaDef. Per il 2021 si farà affidamento solo sui trasferimenti a fondo perduto e non sui prestiti del Recovery fund, che aggraverebbero il debito. I fondi Ue incideranno sulla crescita del Pil 2021 solo per 0,3 punti. Più consistente l’impatto nel 2022 (0,4) e 2023 (0,8). In questo quadro la riforma dell’Irpef verrà inserita, come ha confermato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, in un disegno di legge delega e potrà quindi scattare solo nel 2022. L’anno prossimo ci sarà intanto la conferma del taglio del cuneo fiscale (bonus fino a 100 euro al mese) sui redditi da lavoro dipendente fino a 40 mila euro e l’avvio dell’operazione assegno unico sui figli. L’anno prossimo verrà impostata anche la riforma delle pensioni che dovrà sostituire, dal 2022, Quota 100. Ma anche qui pochi spazi, avverte la NaDef. La spesa per pensioni rispetto al Pil, rapporto che fino al 2010 era sotto il 15%, ha infatti raggiunto il 17,1% nel 2020. Scenderà nei prossimi anni attestandosi al 16,3%, «oltre un punto percentuale di Pil al di sopra del dato 2018». Un andamento sul quale pesano anche le uscite per la stessa Quota 100, sebbene inferiori al previsto. E, guardando lontano, il documento avverte che nel 2044 il rapporto tra spesa previdenziale e Pil arriverà al 16,5%, essenzialmente per «l’incremento del rapporto tra numero di pensionati e numero di occupati indotto dalla transizione demografica». Una tendenza che «sopravanza l’effetto di contenimento degli importi pensionistici» che deriva dalla graduale applicazione del sistema contributivo, meno vantaggioso del retributivo. Dopo il 2045, il rapporto tra spesa previdenziale e Pil scende in maniera robusta. Ma questo riguarda il lungo periodo e nel lungo periodo — come diceva John Maynard Keynes — siamo tutti morti, nel senso che le previsioni lasciano il tempo che trovano.

Discorso a parte merita la sanità. Per quest’anno si prevedono 5,4 miliardi aggiuntivi. Una dote che, senza altri interventi in corso d’opera, si riduce parecchio nei prossimi anni, scendendo a 1,2 miliardi già l’anno prossimo. Meno di un quarto. Possibile che questi numeri finiscano sul tavolo di discussione per il Mes, il fondo salva Stati che potrebbe dare all’Italia 36 miliardi di euro vincolati alla spesa sanitaria. Uno strumento che però divide la maggioranza, con il Pd favorevole e il M5S nettamente contrario.

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