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Manovra, benzina più cara per il decreto blocca Iva

Il clima di tensione senza precedenti raggiunto ieri nella maggioranza si è scaricato anche sulla convocazione del consiglio dei ministri previsto per oggi pomeriggio, che dovrebbe rinviare di altri tre mesi l’aumento dell’Iva al 22%. Convocazione che fino a ieri sera non era ancora partita da Palazzo Chigi. Se non ci saranno intoppi partirà questa mattina, assicuravano a fine giornata dalla presidenza del Consiglio. Ma altre voci interne al governo propendevano per uno slittamento. Regna l’incertezza. Del resto il presidente del Consiglio, Enrico Letta, arriverà solo stamane a Roma, di rientro dagli Stati Uniti. E tutto, com’è evidente, è subordinato a un chiarimento politico tra Pd e Pdl.
Al ministero dell’Economia, comunque, hanno lavorato fino a tarda sera per mettere a punto il decreto legge che dovrebbe essere approvato oggi o al massimo domani. Questo perché, per rimandare al primo gennaio 2014 l’incremento dell’Iva dal 21% al 22% che altrimenti, secondo le norme vigenti, scatterebbe dal primo ottobre, restano solo tre giorni, durante i quali il consiglio dei ministri deve approvare il decreto, mandarlo al Quirinale e farlo pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale.
Le famose coperture, cioè le entrate sostitutive del mancato aumento per tre mesi, pari a un miliardo di euro, sarebbero state trovate. Tra di esse c’è anche l’ipotesi di ritoccare all’insù di qualche centesimo al litro, probabilmente 4, le accise sui carburanti. Una misura certamente impopolare ma che non può essere esclusa, come ha confermato anche ieri il sottosegretario all’Economia Alberto Giorgetti. Nel decreto, infatti, non c’è solo lo stop sull’Iva, ma la mini-manovra per riportare il deficit pubblico al 3% rispetto al 3,1% previsto per il 2013. Uno scostamento di appena 0,1 punti che però vale circa 1,6 miliardi strutturali, anche questi da coprire. E per il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, è questa la vera priorità (certamente più del blocco dell’Iva). Tornare al 3% evita infatti che l’Italia finisca di nuovo sotto procedura europea per deficit eccessivo e consente invece di beneficiare di maggiori margini di spesa pari a circa 12 miliardi in due anni che, di questi tempi, sono come manna dal cielo.
Un miliardo per non far salire l’Iva, 1,6 miliardi per rispettare il 3% fanno 2,6 miliardi. Ma non finisce qui. Altri 400 milioni sono necessari per rifinanziare le missioni militari all’estero fino alla fine dell’anno. In tutto, insomma, servono 3 miliardi per coprire le spese previste dal decreto. Per la verità servirebbero anche alcune centinaia di milioni per i fondi per la cassa integrazione in deroga che in diverse regioni sono finiti, ma è probabile che questo problema sarà affrontato in un successivo consiglio dei ministri.
Per coprire i 3 miliardi del decreto messo a punto ieri si prevedono nuovi tagli alla spesa corrente dei ministeri, il rinvio di alcune spese d’investimento, il conferimento alla Cassa depositi e prestiti di un primo lotto di immobili pubblici destinati alla vendita, forse il taglio delle agevolazioni fiscali per i fondi di investimento e le società immobiliari, e l’aumento appunto delle accise su benzina e gasolio. Che, per essere più digeribile, potrebbe avere carattere temporaneo, cioè durare tre mesi quanto il rinvio dell’Iva al 22%, in attesa di una riforma complessiva dell’imposta (ora articolata su tre aliquote 4, 10 e 21% per altrettanti panieri di beni) che dovrebbe essere decisa con la legge di Stabilità per il 2014 che il governo deve varare entro il 15 ottobre. In ogni caso, quali che siano le decisioni del consiglio dei ministri, Letta chiederà a Pdl e Pd un impegno preventivo a condividere e sostenere tutte le misure, evitando di addossare alla parte avversaria quelle più impopolari.
Anche questa volta, come già fatto in occasione del decreto che ha cancellato la prima rata dell’Imu sulla prima casa, sarebbero previste clausole di salvaguardia che farebbero scattare ulteriori e pesanti aumenti degli acconti Irap e Ires o delle stesse accise nel caso in cui le coperture previste dal decreto non dovessero dare il gettito previsto. Come si vede il tutto sta in piedi in maniera precaria e questo fa capire quanto sarà difficile per il governo Letta affrontare il prossimo appuntamento: abolire, come promesso, anche la seconda rata dell’Imu sulla prima casa, che vale ben 2,3 miliardi. Sempreché l’esecutivo sopravviva alla tempesta politica di queste ore.

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