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Manovra Bce, effetti ancora limitati sui mercati

Cosa annuncerà oggi la Banca centrale europea? È la domanda del momento, ma per la maggior parte degli analisti è difficile ipotizzare che il governatore Mario Draghi possa estrarre altri conigli dal cilindro dopo la maxi-manovra espansiva varata a inizio giugno. Molti si aspettano qualche dettaglio in più sugli acquisti di Abs (Asset backed securities), ovvero sul quantitative easing in salsa europea a cui la Bce ha aperto. Altri si aspettano qualche altra indicazione sulle operazioni Tltro (Targeted long term refinancing operation), prestiti della Bce agevolati alle banche ma agganciati a quanti prestiti a loro volta gli istituti di credito erogano alle imprese.
Dettagli necessari relativi a due punti al momento non del tutto prezzati dai mercati perché le informazioni ricevute non sono complete. Quanto alle altre due manovre annunciate a giugno (il taglio del tasso di riferimento allo 0,15% e quello sui depositi portato in territorio negativo a -0,1% oltre allo stop al piano di sterilizzazione di titoli di Stato dell’Eurozona acquistati durante la crisi) è già possibile tracciare un mini-bilancio.
Euro “più forte” della Bce
Uno degli obiettivi del poker di misure annunciate da Draghi un mese fa era quello di svalutare l’euro. Bene, se il 4 giugno (il giorno prima dell’aggiornamento della politica espansiva) con un euro si acquistavano 1,3627 dollari, ieri se ne compravano 1,3656. Quindi, a conti fatti, l’euro si è addirittura rafforzato vanificando le intenzioni della Bce. La manovra, quindi, in questo senso non può dirsi riuscita. Del resto il compito di svalutare il cambio pare decisamente complesso. Tanto per cominciare, l’Eurozona (per quanto sia un’area piena di squilibri di bilancia dei pagamenti tra i 18 Paesi aderenti, con la Germania che archivia surplus superiori a quelli della Cina e al limite consentito del 6% delle partite correnti mentre la gran parte delle altre economie resta al palo) è un’area in surplus di partite correnti (2,6% nell’ultimo anno). Ciò vuol dire che nel complesso il mondo chiede più euro per acquistare le merci in valuta continentale. E questo dà linfa al cambio. Allo stesso tempo l’euro non si svaluta perché c’è una forte domanda di titoli di Stato dell’Eurozona (in particolare di quelli della periferia) che offrono un rapporto rischio/rendimento migliore di altre aree (per quanto in molti concordino che ormai su questi titoli si sia creata una sorta di bolla testimoniata dai tassi ai minimi storici).
Resta il pericolo deflazione
È presto per tracciare un bilancio sul tentativo della manovra di Draghi di arginare i timori di deflazione. Ma il compito si fa più complesso perché i dati di giugno evidenziano un quadro difficile. Nell’Eurozona l’inflazione è rimasta allo 0,5% (stesso dato di maggio ma più basso dello 0,7% di aprile) mentre in Italia è scesa allo 0,3%. Se consideriamo che i dati in media tendono a soffrire di un margine di errore ottimistico (motivo per cui la Bce fissa un target di inflazione inferiore ma vicino al 2%) le percentuali registrate a giugno indicano che il warning deflazione resta alto.
Tassi ai minimi storici
L’effetto più immediato che il poker espansionistico della Bce ha avuto si è registrato sui titoli di Stato. Forte della nuova liquidità in arrivo con nuovi piani Tltro e con lo stop al piano di sterilizzazione dei titoli della periferia dell’Eurozona acquistati dalla Bce durante la crisi (che è equivalso a immettere moneta per circa 170 miliardi di euro), e forte dell’aver ridotto a negativo il tasso sui depositi presso la Bce, gli istituti di credito hanno trovato più profittevoli anche i pur bassi rendimenti offerti dai titoli di Stato della periferia. L’effetto si è visto anche sui bond governativi italiani che hanno toccato nuovi minimi storici. Il BoT a 3 mesi è scivolato sul mercato secondario allo 0,17% (la metà di inizio giugno), quello a 6 mesi allo 0,282% e il titolo annuale allo 0,386 (rispetto allo 0,55% di inizio giugno). In pratica, se si contaggiano le tasse (per quanto i titoli di Stato non hanno risentito dell’aumento al 26% dell’aliquota sulle rendite finanziarie scattato dal 1 luglio e restano al 12,5%), le commissioni e l’inflazione, sulle brevi scadenze siamo arrivati al punto che un investitore paga lo Stato per finanziarlo (perché riceve da esso un rendimento reale netto negativo).
Mutui meno cari
Un altro effetto la manovra di Draghi lo ha avuto. Ha fatto scivolare i tassi interbancari, tanto quello overnight (l’Eonia, che misura gli scambi senza garanzie tra banche con scadenza a un giorno), quanto l’Euribor con scadenza a 1 e 3 mesi (tasso a cui è agganciato il 98% dei mutui variabili stipulati ad oggi in Italia). L’Euribor a 1 mese è sceso dallo 0,24 allo 0,096%. Seppur marginalmente, quindi, le prossime rate di chi sta rimborsando un mutuo variabile saranno meno care. L’Eonia si è praticamente azzerato, dimostrando che il mercato interbancario è oggi ancor più liquido. Come dire: la Bce ha preparato il terreno per far sì che le banche possano tornare a prestare. Ma va detto che gli istituti di credito non sono obbligati a intraprendere politiche di prestiti anticicliche. È questo il vero nodo da sciogliere, e la Bce non può farlo.

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