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Manovra per il 2019, il ministro Tria punta a far calare il deficit

Il punto di partenza verso la prossima Legge di bilancio è nel fatto che l’Italia resta in terra di nessuno: non più in pericolo imminente di essere travolta dalla sfiducia, né già in salvo. La tempesta di maggio sui titoli di Stato si è placata con l’impegno di Giovanni Tria di far scendere il debito pubblico e di garantire il futuro del Paese nell’euro. Ma il ministro dell’Economia si rende conto per primo che certi danni inflitti da quella tempesta restano.

Quando M5S e Lega si sono sedute a un tavolo per iniziare a stilare il contratto di governo il titolo di Stato italiano da rimborsare fra 10 anni offriva un rendimento dell’1,78%: un premio al rischio superiore, ma non di molto, a quello di Spagna e Portgallo. Ieri sera quello stesso titolo rendeva invece il 2,78%, circa l’1% più del Portogallo, l’1,4% più della Spagna e appena l’1,2% meno degli equivalenti bond greci. Ciò significa essere in mezzo al guado, in terra di nessuno: né in pericolo come un governo messo sotto controllo dal resto d’Europa, né in sicurezza come le economie iberiche.

Sarà questo il punto di partenza quando nel governo inizierà il lavoro della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, lo scheletro della Legge di bilancio da presentare a settembre. Perché restare a lungo in terra di nessuno è improbabile. Con l’attuale premio al rischio, alto ma non fuori controllo, gli investitori stanno dicendo che aspettano di vedere gli obiettivi di finanza pubblica dell’Italia e la manovra per raggiungerli. Solo allora, in autunno, decideranno che prezzo dare al Paese: uno più vicino a Spagna e Portogallo, in ripresa o a una Grecia cronicamente vulnerabile.

Tria è consapevole dell’equilibrio instabile di quest’estate. Ma riconosce anche che le forze di governo sono impegnate con gli elettori su un programma che implica nuove spese e minori entrate. Il ministro dell’Economia sa che dovrà tentare la sintesi fra esigenze diverse sulla base di una priorità: far sì che anche nel 2019 il deficit pubblico scenda in proporzione al prodotto lordo (Pil). Per quest’anno il saldo potrebbe calare all’1,6% o l’1,7% e lì resterebbe l’anno prossimo se il governo si limitasse a cancellare l’aumento già previsto dell’Iva. Ma non basta, perché l’obiettivo di Tria è un deficit sul 2019 che si fermi attorno all’1,4%. Ciò è da conciliare con le priorità dei partiti: l’avvio del reddito di cittadinanza (spesa da almeno due miliardi), magari con un intervento sui centri per l’impiego per rafforzare le competenze dei disoccupati; e il primo passo della cosiddetta «flat tax», allargando alle ditte individuali il trattamento fiscale delle società commerciali.

Tria punta al calo del deficit anche nel 2019 per prevenire una nuova tempesta finanziaria. Ma permettere le misure di Lega e M5S allo stesso tempo implica trovare dei risparmi o nuove entrate: nella giungla di deduzioni e detrazioni o nel taglio della spesa. Peraltro, resta da capire se per la prima volta da sei anni l’Italia rinuncerà ad avere un commissario alla spending review. Ma il momento delle promesse senza sacrifici ormai è passato. Per far scendere il deficit e insieme realizzare i programmi giallo-verdi, vanno trovate risorse da almeno 7 o 8 miliardi.

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