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Manley “Con l’ecotassa Fca cambierà il piano degli investimenti in Italia”

Fca avverte il governo: «L’ecotassa cambia lo scenario del mercato. Non bloccheremo il piano per gli stabilimenti italiani ma lo modificheremo in base alle caratteristiche del provvedimento». A sei mesi dall’improvviso insediamento nel ruolo che fu di Sergio Marchionne, Mike Manley arriva allo stand Fca accompagnato dal presidente del gruppo, John Elkann.
Manley parla per la prima volta alla stampa della Penisola in una tavola rotonda cui partecipano quattro testate italiane. Un colloquio inevitabilmente dominato dall’attualità: oltre all’ecobonus del governo italiano, la strategia delle alleanze. Questa mattina, le due del pomeriggio in Italia, Volkswagen e Ford annunceranno infatti le caratteristiche di un accordo di collaborazione che potrebbe non essere solo industriale. Già ieri il colosso tedesco ha annunciato un investimento in Usa del valore di 800 milioni di dollari nel suo stabilimento di Chattanooga. Oggi invece si conosceranno i dettagli della nuova alleanza sulle due sponde dell’Atlantico. A seconda del grado di integrazione tra i due costruttori, potrebbe cambiare radicalmente lo scenario mondiale delle quattro ruote.
Signor Manley, quali conseguenze avrà l’accordo Volkswagen-Ford sul mondo dell’auto? Non rischiate di rimanere da soli?
«Non siamo affatto soli. Anche noi abbiamo le nostre partnership. Noi stessi siamo nati e ci siamo rafforzati con una integrazione. Sarebbe sbagliato escludere del tutto una nuova partnership ma siamo nelle condizioni di rimanere indipendenti. La vendita di Marelli ci ha ulteriormente irrobustito».
Quale sarà la vostra strategia per i prossimi anni?
«Stiamo molto attenti a massimizzare gli effetti degli investimenti scegliendo bene brand e modelli da lanciare.
Sono molto soddisfatto dei risultati raggiunti da Jeep e Ram. Contiamo di superare il milione di Jeep vendute nei soli Stati Uniti. Nel 2018 abbiamo fatto il record di vendite di Jeep a livello mondiale con 1,6 milioni di auto immatricolate.
Sono molto orgoglioso di questo. Ora dovremo lavorare per crescere ancora. Anche in America latina vediamo segnali di ripresa. In Brasile ma anche in Argentina dove la situazione era più difficile. Ci stiamo attrezzando. Quello degli ultimi sei mesi è stato un periodo di transizione, era inevitabile.
Abbiamo lavorato sui team e nell’affidamento degli incarichi alle persone abbiamo fatto scelte di prospettiva».
In questa strategia, qual è il peso dell’Italia?
«L’Italia è per noi molto importante, è il nostro più grande mercato in Europa. Vendiamo lì poco meno di 500 mila auto all’anno. Soprattutto è il luogo dove abbiamo le radici, una storia lunga più di un secolo».
Il 29 novembre avete presentato ai sindacati un piano da 5 miliardi che riguarda gli stabilimenti italiani. Lo confermate o lo bloccate?
«Sono successe molte cose da quando abbiamo presentato quel piano ad oggi. Il provvedimento bonus/malus sugli incentivi ha cambiato lo scenario che abbiamo di fronte. Ma il piano non è assolutamente bloccato. Forse lo modificheremo. Ma potremo capire se e come sarà modificato solo quando saranno chiari gli effetti che la nuova legge potrà avere sul mercato».
Il mercato europeo continua ad essere debole.
Quali prospettive immagina, anche in relazione al passaggio alla mobilità elettrica?
«Gli standard di legge sulle emissioni in Europa lo rendono un mercato molto difficile. Non parlo solo delle norme dell’Unione europea, in particolare di quelle che stanno per entrare in vigore. Parlo anche delle scelte che compiono le singole amministrazioni locali, soprattutto per quanto riguarda i motori diesel. Questo crea una situazione molto fluida alla quale ci dobbiamo adattare in fretta. Nell’ultimo periodo ci stiamo accorgendo che le norme sulle emissioni stanno accelerando più del previsto il passaggio alle nuove motorizzazioni elettrificate.
Sulla mobilità elettrica abbiamo le tecnologie necessarie. Il piano presentato a Balocco a giugno prevede un investimento di 9 miliardi di euro per il passaggio alla propulsione elettrificata. E abbiamo scelto di produrre a Mirafiori la nuova 500E, che è un modello iconico non solo per l’Italia ma per l’intera Europa.
L’80 per cento delle auto della famiglia 500 le vendiamo fuori dalla Penisola».
In Usa il marchio Fiat è soprattutto la famiglia della 500. Non state vendendo tantissimo. Continuerete a proporre il brand agli americani?
«All’inizio la 500 ha avuto molto successo negli Usa. Poi le vendite sono scese. Ma per noi sono ancora importanti. E’ certamente una nicchia di mercato ma non intendiamo rinunciarci».
Jeep e Ram, i due brand che oggi vi garantiscono gli utili maggiori, sostituiranno Fiat e Chrysler nel nome della società?
«Se volete conoscere il punto di vista personale di Mike Manley, la risposta è no».
Questo è il primo salone di Detroit senza Sergio Marchionne.
«L’ho conosciuto e ho cominciato a lavorare con lui quando i miei figli erano piccoli. Mi ha insegnato molto. Mi ha fatto capire che cos’è il business, con lui ho imparato a conoscere il mondo».
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