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“Manipolo il tasso e mi faccio la Ferrari”

«Se tieni il tasso giù, l’anno prossimo il boss ti compra una Ferrari». Si parlavano così, i banchieri corrotti al centro dello scandalo che fa tremare la City di Londra, Wall Street e le altre capitali della finanzia mondiale. Centinaia di e-mail e telefonate, intercettate dalle autorità giudiziarie britanniche e americane, alzano ulteriormente il velo sul caso Libor, la truffa del tasso d’interesse che regola innumerevoli transazioni fra banche e istituti di credito. Una storia che aveva già portato a sanzioni astronomiche, un miliardo di sterline di multa al gigante svizzero Ubs, 290 milioni di sterline alla inglese Barclays, e che ora mette sotto inchiesta la Icap, una delle principali società di brokeraggio, un intermediario chiave nella cittadella della finanza, condannata a pagare 55 milioni di sterline per fermare le cause civili che le erano state intentate. Tre suoi broker, già licenziati, rischiano ora un’incriminazione per frode aggravata e cospirazione che potrebbe risultare in una pena di 30 anni di carcere per ciascuno.
Ma non sono solo le sanzioni e le condanne a fare impressione. Le nuove rivelazioni portano alla luce unmodus operandi che raramente viene smascherato di fronte all’opinione pubblica: un linguaggio cinico, spregiudicato, che figurerebbe alla perfezione in film come “Wall street” di Oliver Stone con Michael Douglas o in romanzi come “Il falò della vanità” di Tom Wolfe. «La vita è dura qui con il Libor da manipolare tutte le mattine, che ne direste di un bel bonus?», scrive uno dei broker implicati. «Manda il Libor più in alto e le pecore (così nei loro messaggi chiamano i banchieri delle altre banche, ndr) ti seguiranno», scrive un altro. E ancora: «Aspettoche mi restituiscano la carta di credito dopo la sbornia dell’altra notte, appena ce l’ho vi ricopro di curry». Oppure: «Oggi il guadagno è assicurato, champagne in arrivo!». Fino alle e-mail più esplicite: «Suggerisco che ci vediamo per lunch dopo una settimana d’oro come questa. Parleremo di bustarelle a tavola». Per finire con quello che è piaciuto di più ai tabloid londinesi: «Se fai salire il Libor, l’anno prossimo il boss ti compra una Ferrari».
Sul banco degli accusati per il Libor (acronimo di London-Inter-Bank-Offered-Rate) finisce anche un top banker, fondatore e presidente dell’Ipac: Michael Spencer, detentore di una fortuna personale di 500 milioni di sterline, generoso finanziatore del partito conservatore (2 milioni e mezzo di sterline donate) e fino al 2010 perfino tesoriere dei Tories. «Non ne sapevo niente, mi rincresce profondamente, ma mi consola che nessun senior manager sia coinvolto nello scandalo », dice lui, rigettando ogni responsabilità. Ma l’opposizione laburista ha già chiesto al premier David Cameron di restituire, o dare in beneficenza, i soldi ricevuti da Spencer, ora che c’è il sospetto che siano “sporchi”. E i conservatori, invista del congresso, sono imbarazzati da una vicenda che sembra dare ragione agli slogan lanciati nei giorni scorsi dal leader laburista Ed Miliband: «Noi difendiamo la gente comune, i Tories difendono i ricchi ». Un’accusa che per coincidenza arriva proprio mentre il ministro del Tesoro britannico George Osborne fa appello contro la nuova normativa dell’Unione Europea per ridurre i bonus ai banchieri, categoria che, a torto o a ragione (la City e il suo indotto rappresentano un terzo dell’economia nazionale), è sempre nelle grazie di Cameron e del suo partito. “Lord Libor”, comesi faceva chiamare uno dei tre broker dell’Ipac che si promettevano Ferrari e champagne in cambio dei loro trucchetti, forse finirà in prigione. Ma era un pesce piccolo. Quelli più grossi continuano a sguazzare nelle acque dell’alta finanza. Almeno in Inghilterra.
Un po’ meno a New York dove Jp Morgan sarebbe ormai rassegnata a pagare 11 miliardi di dollari pur di chiudere tutte le inchieste federali sui titoli tossici che erano garantiti dai mutui. Quattro miliardi andrebbero ai consumatori come risarcimento.
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