Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Mani libere sull’outsourcing

L’esternalizzazione della parte più qualificata delle attività di un servizio e il rifiuto del lavoratore di essere distaccato presso la società esterna o di svolgere una diversa mansione corrispondente alla propria qualifica legittimano il suo licenziamento se non ci sono, nella stessa azienda, posizioni lavorative adatte a lui.
Lo ha chiarito la Corte di cassazione che, con la sentenza 24259 del 28 ottobre scorso, ha aggiunto un altro tassello al mosaico delle pronunce che hanno dichiarato la legittimità del licenziamento dei lavoratori dipendenti nei casi in cui per l’azienda viene decisa una riorganizzazione che prevede di dare in outsourcing una parte delle attività. In particolare, il caso riguarda un ingegnere che, a seguito della riorganizzazione dei servizi informatici della banca in cui lavora e della successiva creazione di un’azienda interbancaria per svolgere le attività più tecnologiche di quei servizi, è stato prima distaccato e poi licenziato per giustificato motivo oggettivo.
La Cassazione ha già dichiarato legittimo il licenziamento di dipendenti a seguito di esternalizzazioni in una serie di casi:
– con la sentenza 6346/2013, i giudici si sono espressi a favore del licenziamento di un’infermiera da parte di una società di ricerca, produzione e commercializzazione di farmaci, dopo l’esternalizzazione del servizio relativo alle visite preassuntive e di controllo dei dipendenti;
– con la sentenza 11465/2012, la Cassazione ha dichiarato legittimo il licenziamento di una dipendente biologa, deciso da una società di piccole dimensioni che ha attribuito a un professionista esterno le attività svolte in precedenza dalla dipendente;
– con la sentenza 2874/2012, i giudici hanno affrontato il caso di delocalizzazione all’estero del l’azienda, prima, con ridimensionamento di personale e, poi, con cessazione dell’attività in Italia;
– con la sentenza 1461/2012, la Cassazione ha confermato il licenziamento in un caso che presenta analogie con gli altri esaminati, perché si tratta di un licenziamento per ristrutturazione; ci sono però anche differenze, dato che le attività prima svolte dal licenziato sono state mantenute in azienda ma sono state riallocate nella restante struttura.
Nel caso deciso dalla Cassazione con la sentenza del 28 ottobre scorso, il datore di lavoro ha licenziato il dipendente dopo avergli comunicato che, a seguito della riorganizzazione dei servizi informatici e dell’esternalizzazione della parte più significativa delle attività, non vi fossero, per lui, posizioni lavorative coerenti con il suo inquadramento.
Il lavoratore ha impugnato il licenziamento e, in primo grado, il tribunale gli ha dato ragione. Ma la Corte d’appello, al contrario, ha dichiarato legittimo il licenziamento, ritenendo provate sia l’esistenza della riorganizzazione aziendale, sia la mancanza, all’interno dell’organizzazione della banca, di una posizione lavorativa adatta al livello professionale del dipendente, sia, infine, la volontà della banca di adempiere al repêchage, avendo offerto al lavoratore, inutilmente, di prolungare il distacco presso l’affidataria dei principali servizi informatici o di essere impiegato, in filiale, in mansioni corrispondenti alla sua qualifica.
L’ingegnere ricorre in Cassazione, contestando vari profili della sentenza. In particolare, l’uomo sostiene che sarebbero stati violati gli articoli 3 e 5 della legge 604/66, dato che i giudici avrebbero esteso l’accertamento all’esistenza di motivi non espressi nella lettera di motivazione del licenziamento; inoltre, secondo il ricorrente, i giudici avrebbero ritenuto che il datore di lavoro abbia assolto l’onere di provare l’impossibilità di adibire il lavoratore ad altre mansioni. L’uomo contesta, inoltre, un vizio di motivazione della sentenza, poiché la Corte avrebbe omesso di considerare l’esistenza, al momento del licenziamento, della sua posizione originaria nella banca.
La Cassazione ritiene infondata la prima contestazione, affermando che la decisione d’appello si è basata sulle giustificazioni del licenziamento addotte dal datore, cioè la mancanza, dopo il riassetto organizzativo, di posizioni lavorative coerenti con la qualificazione professionale del lavoratore. Anche il vizio di motivazione, affermato dall’ingegnere, non regge secondo la Cassazione. La Corte territoriale, secondo i giudici di legittimità, ha adeguatamente motivato il proprio convincimento, osservando che, dopo l’esternalizzazione, al servizio interno a cui era addetto l’ingegnere erano rimaste attività residuali, in ogni caso non consone al suo profilo professionale.
Le conclusioni sono conseguenti: il ricorso è infondato, la sentenza di merito va confermata e, di conseguenza, il licenziamento viene ritenuto legittimo.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Sarà un’altra estate con la gatta Mps da pelare. Secondo più interlocutori, l’Unicredit di And...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«La sentenza dice che non è possibile fare discriminazioni e che chi gestisce un sistema operativo...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un nuovo “contratto di rioccupazione” con sgravi contributivi totali di sei mesi per i datori di...

Oggi sulla stampa