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Manager, operazione azzeramento Da Eni a Terna, scatta il ricambio

Oggi è dunque il giorno della verità. Le nomine nelle grandi aziende pubbliche rappresentano il primo atto concreto, dalle conseguenze immediatamente percepibili, del governo di Matteo Renzi. Un atto estremamente significativo fin dalle premesse, considerando le voci che hanno messo subito in relazione la caduta dell’esecutivo di Enrico Letta e il repentino arrivo dell’ex sindaco di Firenze a Palazzo Chigi con la delicatissima partita dei rinnovi ai vertici delle holding di Stato. Per settimane i giornali sono stati impegnati nella girandola dei nomi, spesso fatti circolare da qualche diretto interessato. Finché non è rimasto che attendere i comunicati ufficiali: soltanto quelli potranno dare la reale portata delle innovazioni promesse. E’ da almeno un decennio che di fatto le maggiori imprese dove lo Stato è ancora azionista di riferimento non sperimentano un autentico ricambio. Non nei nomi, tantomeno nell’anagrafe. 
Con l’eccezione del cinquantenne amministratore delegato di Terna, Flavio Cattaneo, i capi esecutivi delle holding con i vertici in scadenza hanno superato i 65 anni di età: un limite che negli Stati Uniti, patria del mercato, non consentirebbe l’assunzione di incarichi operativi. E tutti hanno completato almeno tre mandati triennali. Tetto non formalizzato in alcuna regola scritta, ma assunto politicamente come il massimo di permanenza in carica tanto in sede di commissione Attività produttive del Senato quanto dallo stesso governo. L’unico che non ha ancora raggiunto nove anni di mandato ed è, al pari di Cattaneo, appena cinquantenne, è l’amministratore delegato della Finmeccanica Alessandro Pansa. Ma per quanto sia stato promosso soltanto nel 2013 non è certo uno passato di lì per caso: da anni è uno dei dirigenti di grado più elevato della holding delle industrie militari, fin dai tempi in cui il dominus rispondeva al nome di Pier Francesco Guarguaglini.
Candidature per le loro poltrone ne sono circolate fin troppe sulla stampa e sui giornali online. Da quelle interne, come il direttore generale dell’Eni Claudio Descalzi (ma si è fatto anche il nome di Stefano Cao) a rilevare Paolo Scaroni, o come l’amministratore delegato di Greenpower Francesco Starace al posto del capo dell’Enel Fulvio Conti, oppure il manager della società missilistica Mbda in sostituzione di Pansa in Finmeccanica. A quelle esterne: il timoniere di Gdf Suez Italia Aldo Chiarini, l’amministratore delegato di Sorgenia (gruppo De Benedetti) ex Acea Andrea Mangoni, il responsabile dell’agenda digitale Francesco Caio, il consigliere delegato della Cir e del gruppo Espresso, Monica Mondardini, la diplomatica Elisabetta Belloni, perfino l’ex presidente della Confindustria Emma Marcegaglia e l’ex ministro della Giustizia Paola Severino. Per arrivare a ipotizzare arditi scambi di corsia, quale il trasferimento di Mauro Moretti dalle Ferrovie alla Finmeccanica, e la sua contestuale sostituzione con il capo di Invitalia Domenico Arcuri.
Al momento in cui questo giornale va in stampa, restano da sciogliere ancora alcuni nodi. Il più intricato dei quali, a quanto pare, sarebbe quello dell’Enel. Dando tuttavia per scontato, come lo stesso governo in Parlamento ha dato a intendere, che tutti i vecchi amministratori con almeno tre mandati alle spalle lascino il loro posto (Scaroni, Conti, Cattaneo e Massimo Sarmi delle Poste) restano da valutarne gli strascichi eventuali. Innanzitutto le buonuscite. Gli importi non sono esattamente modesti, grazie anche al contributo dell’inquadramento aziendale di alcuni di questi manager. Si dà infatti il caso che all’incarico di amministratore delegato, per cui è prevista la scadenza triennale, sia ormai accoppiato in conseguenza di una tacita regola mai scritta anche quello di dirigente a tempo indeterminato: con un contratto di lavoro ovviamente rescindibile ma che si porta dietro una serie di non trascurabili garanzie economiche.
Il settimanale l’«Espresso» ha quindi calcolato che se la buonuscita di Conti dall’Enel dovrebbe ammontare a 6,4 milioni, quella di Scaroni dall’Eni non potrebbe essere inferiore a 8,3 milioni. Sommando a queste cifre le altre liquidazioni, si potrebbero superare di slancio lo strabiliante ammontare di 25 milioni di euro. Cifre stabilite contrattualmente, sia ben chiaro. Che però fanno una certa impressione anche alla luce della decisione di chiedere alle assemblee dei soci di mettere una seria limitazioni ai compensi dei successori, che secondo il governo non dovrebbero eccedere i 400 mila euro.
C’è da dire che almeno nel caso dell’Enel ci sarebbe una via d’uscita. Anche se, a dire il vero, difficilmente proponibile. Parliamo di quella clausola contrattuale, già segnalata ieri, secondo cui il governo dovrebbe garantire a Conti in alternativa alla buonuscita la ricollocazione in una posizione almeno equivalente a quella di amministratore delegato del grande gruppo energetico.

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