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Mal di referendum per Atlante 2 nel fondo pochi soldi e molti guai

Cosa succede al fondo Atlante? Forse è una crisi di crescita, acuita dalla melina pre-referendaria, che spinge molti investitori a star lontani dalle attività tricolori. Il titano nato in primavera per aiutare le banche italiane più fragili ha vissuto sei mesi intensi e ora ha il fiatone. Eppure l’opera non è terminata, anzi c’è il nuovo fronte della richiesta di intervento sui crediti deteriorati delle good bank in vendita.
Giuseppe Guzzetti, di Atlante un padre nobile, ha suonato la carica alla 92° Giornata del risparmio: «Il contenuto numero di adesioni rischia di vanificare in larga misura lo scopo per cui Atlante è nato: non solo strumento per governare alcune emergenze, ma intervento per creare un vero mercato dei crediti deteriorati». Il leader di Acri ed ente Cariplo parlava di Atlante 2, fondo replica di quello nato a primavera per comprarsi le popolari Vicenza e Veneto «che altrimenti sarebbero fallite», ha detto secco il dirigente, sempre più collettore delle operazioni “di sistema” della finanza nostrana. Visti i guai delle banche venete la colletta degli altri operatori fu istantanea, per 4,25 miliardi, di cui 2,5 usati per tenere in vita le vittime delle gestioni di Gianni Zonin e Vincenzo Consoli. A luglio, venuti al pettine i guai del Montepaschi, partiva la seconda raccolta per il fondo gestito da Quaestio Sgr (di cui peraltro Cariplo è anche primo socio al 37,6%, davanti ad Alessandro Penati e i manager al 22%). Servivano 1,6 miliardi da investire nella tranche di medio rischio dei crediti inesigibili del Monte, che ne ha troppi ed è stato costretto dalla Bce a venderli; un piano che parte a novembre, con alti rischi di esecuzione.
Ma il primo closing del fondo 2, annunciato per fine settembre con 2,5-3 miliardi in cassa, è stato rinviato due volte perché la colletta di denaro reale è di soli 200 milioni, da Poste Vita (vedi tabella). Oltre al gruppo dei pacchi e ad Atlante 1, che girerà al 2 tra 800 e 1.000 milioni della raccolta, è stato trasferito il residuo della Sga in capo al Tesoro (400 milioni rimasti nella vecchia bad bank del Banco di Napoli). Poi ci sono i 155 milioni a testa di Unicredit e Intesa Sanpaolo, residuo del miliardo a testa deliberato per Atlante 1.
Per il resto è in corso un gioco di rimpiattino che può diventare una spirale perversa. Bnp Paribas e Crédit Agricole, diversamente dai primi avvisi, nicchiano, e hanno attirato l’ira di Guzzetti. «Sono personalmente rammaricato e dispiaciuto per le sue parole», ha detto Andrea Munari, ad di Bnl. Dietro le quinte gli stranieri – ma anche qualche socio italiano di Atlante – incolpano Penati di poca condivisione delle scelte, e di sottovalutazione dei problemi. Anche tra gli italiani comunque la corsa all’obolo per Atlante 2 non c’è. Generali deve mettere 200 milioni, ma prima vorrebbe conoscere i termini dell’offerta di scambio dei bond subordinati Mps in azioni (è esposta per quasi mezzo miliardo, e Atlante 2 proprio da Siena inizierà a investire). La rivale Unipol deve 100 milioni, ma non vorrebbe versarli prima del Leone. Poi ci sono i 250 milioni di Cassa depositi: che però non entreranno nel fondo prima di un congruo contributo privato, altrimenti la maggioranza diventerebbe pubblica e l’Ue attiverebbe i ceppi dell’aiuto di Stato. Le settimane passano, e forse altre ne passeranno, fino al referendum costituzionale del 4 dicembre, che può determinare una seria crisi politica e finanziaria e non è certo un magnete per investire.
Intanto Penati corre sul filo che lega Siena, Vicenza, Montebelluna e Francoforte. Lo ha detto il 14 ottobre all’Università Cattolica, una delle tante dove insegnava: «Il tempo è fondamentale. La Bce teme che stiamo creando delle zombie bank, e siccome queste prima o poi saltano, ci dà tempi stretti nel ristrutturarle, perché non vuole future responsabilità se saltano». Chi conosce i patemi di Vicenza e Veneto Banca sa a chi vanno quelle parole. E sa che dopo le ferie la Bce premeva sul socio unico Atlante perché “scegliesse” quale delle due banche venete mandare in risoluzione. Penati avrebbe controproposto una moratoria fino a settembre 2017 per ripulire i crediti, tagliare i costi e rimettere in asse i due istituti, prima di venderli o fonderli. Comunque serve un altro miliardo per ricapitalizzarli. La colletta continua.

Andrea Greco

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