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Maioli “Creval, il prezzo non cambia Il 2021 sarà l’anno del consolidamento”

Il terzo polo bancario c’è già. Crédit Agricole, la banque verte cooperativa che va piano e lontano, ha investito 4 miliardi in Italia in 4 anni, e da 15 fa «acquisizioni aggiuntive » nel suo secondo mercato (anche se martedì ha svalutato di 900 milioni le attività italiane). L’ultima è Creval, su cui i francesi offrono 737 milioni in contanti, non un euro di più: se gli azionisti rifiutano «potremmo anche rinunciare senza che cambi la strategia nel Paese», dice Giampiero Maioli, leader del gruppo in Italia. Il banchiere vede, presto, altre fusioni: dal dossier caldo Mps, su cui lavora Unicredit «che mi auguro si dia un bell’ancoraggio italiano », all’ipotesi Banco Bpm-Bper, dato che «non c’è spazio per banche piccole o medie solo generaliste».
Avete offerto a Creval 10,5 euro, ma l’azione quota da tempo a 11,5, e vari soci chiedono di più. Dovrete rilanciare, come già Intesa su Ubi?
«Tutto procede nei tempi previsti e siamo fiduciosi di partire con l’offerta entro fine marzo. Continuiamo a ritenerla offerta adeguata per tutti gli stakeholder di Creval, non solo gli azionisti, quindi non intendiamo rivedere il prezzo, che crediamo rifletta gli aspetti della banca e del contesto attuale. Il corrispettivo è a premio del 21,4% sui prezzi all’annuncio, il doppio delle Opa bancarie negli ultimi 20 anni. E Creval, che ha affrontato un positivo processo di derisking, non ha taglia adeguata per essere competitiva senza fabbriche di prodotto proprie.
Queste due leve, dimensione e fabbriche, sono le caratteristiche su cui siamo vincenti in Europa, e che portiamo in dote. Peraltro, siamo già ora primi azionisti e partner di Creval, e così continueremmo a essere indipendentemente dall’Opa».
L’opzione Creval pare quasi un ripiego per voi, dopo che è sfumato il blitz su Banco Bpm. È andata così?
«Non commentiamo mai i dialoghi, che abbiamo, oppure no, con gli attori del sistema bancario. In riferimento a Banco Bpm abbiamo da anni scambi frequenti riguardo alla joint venture in Agos nel credito al consumo. L’acquisizione di Creval, su cui avevamo già investito in capitale (il 9,8%, ndr ) e bancassicurazione, è la naturale prosecuzione del nostro percorso in Italia, fatto sempre con integrazioni aggiuntive: mai trasformanti, per integrare meglio le persone e rilanciare prima i ricavi. È una strategia che ci ha fatto performare meglio della media del sistema in Italia, e non vogliamo modificarla. Ci siamo tenuti diverse possibilità sull’Opa, e se le azioni consegnate non ci consentissero un buon progetto potremmo rinunciare, senza che cambi la nostra traiettoria in un Paese dove abbiamo 80 miliardi di impieghi e 260 di raccolta».
In Italia le ipotesi Unicredit-Mps e Banco Bpm-Bper vanno per la maggiore: paiono anche a lei realizzabili?
«Il mercato resta frammentato, con rendimenti (Roe) ancorati al 2-3% e inferiori ai Paesi vicini. I tassi negativi e l’impatto del Covid spingeranno presto a nuove fusioni: non vedo spazio in futuro per banche solo generaliste piccole o medie, che invece sono preziose se inserite in gruppi cooperativi o specializzate in attività caratteristiche o innovative.
Vedo quindi il consolidamento come un logico riassetto del mercato. Due holding cooperative si sono formate, e dopo Intesa-Ubi c’è UniCredit, che Mps o meno mi auguro si dia un bell’ancoraggio in Italia: sarebbe un bene per il Paese. Potrebbero nascere anche altri poli dalle ex popolari, se la logica industriale prevarrà. Ma non dimentichi il nostro, che da 30 anni opera con posizioni di leadership e rapporti strategici con il Paese e le sue maggiori aziende».
Le pulizie contabili attese nel 2021 produrranno una stretta creditizia?
«Malgrado l’attesa ripresa economica la fine delle moratorie può impattare sui conti bancari: noi ne abbiamo per 12 miliardi di euro in Italia, con oltre 100 mila domande. Serviranno a più buona ragione gruppi ben attrezzati e solidi. Abbiamo dimostrato che la nostra offerta di credito non si ferma: a settembre gli impieghi in Italia salgono dell’8%, e del 2% togliendo quelli a garanzia statale».
Si stima che il gruppo investa oltre 50 miliardi nel debito italiano. Fino a che punto credete nel Paese?
«Siamo sempre stati fiduciosi nella resilienza dell’Italia, né ci ha sorpresi il rimbalzo del 16% del Pil nel terzo trimestre. La voglia di rimettersi in gioco degli imprenditori la vediamo ovunque. Istituzioni e governo però devono giocare bene la partita Next Generation Eu, un piano Marshall moderno da 209 miliardi da non sprecare investendo per trasformare sanità, infrastrutture e digitale.
L’Europa stavolta ha reagito presto e bene e dà all’Italia un’occasione, forse l’ultima. Con la scomparsa di Paolo Rossi, abbiamo rivissuto le emozioni dell’Italia del Mundial 1982. Il Paese deve ritrovare la stessa unità di allora».
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