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Di Maio: deficit al 2,4% o via il ministro ma si tenta la mediazione sul 2%

«L’unica soluzione è fare deficit», avverte Luigi Di Maio alla vigilia del Consiglio dei ministri di stasera, in cui si prepara a chiedere le dimissioni di Giovanni Tria. Pretende dal ministro dell’Economia che venga sforato il deficit fino alla soglia monstre del 2,4 per cento, pur di strappare il finanziamento del reddito e della pensione di cittadinanza. E se il custode dei conti si ostinerà a difendere la trincea virtuosa dell’1,6% — o proporrà di andare poco oltre — allora il capo politico del Movimento reclamerà un passo indietro. Un sacrificio «inevitabile» di quello che viene ormai considerato un “nemico” dei pentastellati.
Per un giorno intero Tria “balla”.
La pressione di Di Maio è talmente sostenuta che si diffonde la voce che il titolare del Tesoro mediti un clamoroso passo indietro. La verità è che il capo dell’Economia è intenzionato in ogni caso a dare battaglia. A non piegarsi alla ragion politica degli azionisti di maggioranza dell’esecutivo, a non firmare un documento che rischierebbe di far saltare i conti dello Stato. «Io non lo farò mai», promette ai suoi collaboratori.
Piuttosto, getterebbe la spugna trasformando il suo forfait in un deflagrante atto d’accusa contro i responsabili della forzatura. A fine giornata, l’unico punto di mediazione possibile sembra essere uno sforamento del deficit all’1,9 per cento, massimo al 2.
Il premier Giuseppe Conte atterrerà stamattina dalla missione Onu a New York su questo campo minato. Per di più a poche ore dalla scadenza dei termini (il 27 settembre, questa notte) per il varo della nota di variazione al Def. Quella che dovrebbe essere la cornice della manovra 2019. Ma tutti i numeri sono ancora per aria. Tanto che circola con insistenza anche l’ipotesi di un rinvio pur breve dell’approvazione del testo: sarebbe l’ennesimo tonfo dell’esecutivo giallo-verde dopo il pasticcio su Genova. Soprattutto se si concluderà con un nulla di fatto anche la riunione informale di governo convocata ad hoc nel tardo pomeriggio, prima del Consiglio dei ministri decisivo.
Quanto la situazione sia seguita con apprensione dal Quirinale — schierato fin dalla prima ora sulla linea prudente di Tria — è facile immaginarlo. Tutto vuole il Collemeno che ritrovarsi con un ministro dell’Economia sfiduciato e dimissionario nelle ore cruciali del Def e con la manovra in rampa di lancio. Sarebbe una catastrofe con ripercussioni immediate e dirompenti, intanto sui mercati.
Matteo Salvini si è ritrovato costretto ieri pomeriggio a riunire d’urgenza per oltre un’ora e mezza, nel suo appartamento ministeriale di Piazza Grazioli, i sottosegretari economici e i capigruppo, al fianco di Giancarlo Giorgetti. Inevitabile, dato che in mattinata Di Maio lo aveva rintracciato al telefono per avvertirlo della gravità dello scontro, soprattutto dopo l’uscita del ministro dell’Economia («Ho giurato nell’interesse della nazione») interpretata dal pentastellato come una provocazione personale. Il grillino racconta all’alleato di non essere più in grado di reggere la pressione del Movimento se Tria si ostinerà a tenere chiusi i cordoni della borsa. Dunque, se l’Economia non sfonderà il muro del deficit fino al 2,4 o 2,5 per cento, il suo partito non voterà la manovra. Al ministro dell’Interno il capo 5S chiede stavolta con insistenza un gioco di sponda, di abbandonare la difesa del Tesoro, di esercitare pressione su via XX Settembre. Paventando il rischio che a trovarsi senza copertura sia anche la famosa quota cento per le pensioni.
A sorpresa, nel quartier generale leghista che si chiude poco prima delle 20, va in scena un braccio di ferro tra Salvini e Giorgetti. Il segretario del Carroccio si schiera con gli alleati: «Avete visto Macron in Francia? Sforare il deficit non è un tabù. Io stavolta sto con Di Maio, se questo mi permette di riformare la Fornero e incassare la Flat tax». Giorgetti, tra i pochi che al governo tiene aperto un filo di dialogo con il presidente della Bce Mario Draghi, lo incalza. Prova a farlo ragionare sui rischi per la tenuta dei mercati, per l’impennata dello spread, prima ancora che per la reazione di Bruxelles. «E poi, con Tria parlo ogni giorno: il 2,4 non ve lo concederà mai», conclude il sottosegretario. L’ipotesi caldeggiata allora dal numero due della Lega è quella di raggiungere un punto di mediazione, che potrebbe essere quella del 2 per cento. Senza riuscire a convincere tuttavia il suo capo, stando a quanto raccontano gli altri presenti al vertice.
Sembra il gioco delle parti, il poliziotto buono che si schiera con Tria e quello cattivo che fa contento Di Maio. Di certo c’è che Giorgetti sconta ormai l’accerchiamento dei 5 stelle, che lo accusano palesemente di essere «complice» rigorista del ministro dell’Economia. In serata, la Lega lascia trapelare tutto il disappunto per l’ostinazione del M5S sulla frontiera del 2,4: «Lo zero virgola è l’ultimo dei problemi», taglia corto Salvini.
Convinto che oggi «non ci saranno gesti eclatanti», con chiara allusione alle dimissioni di Tria.
Gli alleati invece su quelle dimissioni ci puntano eccome, tanto da immaginare un immediato interim all’Economia per il premier Conte. Ipotesi lunare, per i leghisti, convinti che nello scenario “fine di mondo”, «l’unico politico che potrebbe prendere il posto del tecnico Tria sarebbe ovviamente Giorgetti». Il ministro dell’Economia, per ora, resiste in trincea. E non esclude più nulla.
Lega, braccio di ferro Salvini-Giorgetti “Sforiamo il bilancio come Macron” ” Impossibile, il Tesoro non accetterebbe”
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