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Mai così basso l’appeal dei banchieri centrali

Mario Draghi ha cercato di raddrizzare la barca andata in avaria sotto la guida del suo predecessore (e della eterodirezione tedesca). Ma finora non c’è riuscito. In parte la responsabilità è dei governi che non hanno accompagnato con riforme efficaci e tagliando l’improduttività, la politica monetaria espansionista del governatore della Banca centrale europea. Quindi sul banco degli imputati deve andare più la politica che la Bce. Nonostante ciò, mai come in questo momento i banchieri centrali (e gli economisti) sono stati visti con tanto scetticismo dall’opinione pubblica. La crisi arrivata all’improvviso e senza che chi tiene le fila a vario titolo dell’economia se l’aspettasse e successivamente la mancanza di una medicina in grado di curare il malato hanno fatto volatilizzare l’alone di onnipotenza dei banchieri centrali e dei loro economisti consulenti.

Perfino la cura di Draghi, consistita nell’acquisto di titoli di Stato e quindi nell’immissione di moneta nel sistema, sta ormai esaurendo i suoi effetti. Ovvero quella cura ha (per ora) salvato l’Europa dalla disgregazione ma ora diventa una delle tante armi spuntate che banchieri ed economisti hanno puntato contro la crisi delle economie. L’acqua c’è ma il cavallo non beve e i banchieri non sanno a che santo votarsi, se non ripetere che sono i governi che debbono razionalizzare il sistema e di conseguenza rilanciare la produzione. È vero. Ma il palleggio di responsabilità nasconde l’impotenza di fronte all’avvenuto mutamento del mercato ormai globalizzato. Non sembrano essere stati ideati e approntati gli strumenti per far fronte alla stretta inter-relazione tra le economie e gli epocali mutamenti (dallo spostamento dell’asse economico verso l’Oriente all’ondata migratoria) del nuovo corso del mondo.

È un dialogo tra sordi quello tra le banche centrali e la politica. Con la crisi che prosegue il suo inesorabile cammino. Un impietoso editoriale del Financial Times mette tutti davanti alle proprie responsabilità: l’Europa ha un’unione monetaria non completata, non è riuscita a costruire un’ unione bancaria, registra un grave deficit di investimenti, ha sbilanci interni ed esterni rilevanti ed in crescita, i redditi reali sono in diminuzione. Oltre l’Europa vi sono gli Stati Uniti con la banca centrale in apnea in attesa dell’esito delle elezioni e la Cina in frenata. Il 2017 si preannuncia un altro anno assai difficile, con buona pace dei banchieri centrali, con le mani alzate in segno di resa.

Carlo Valentini

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