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Maggiorenne ma con (troppe) ambizioni

Dopo l’anno della discontinuità, il 2013 sarà l’anno della Grande Unipol. Il progetto di integrazione della compagnia che fa capo alle cooperative rosse con l’ex impero delle polizze della famiglia Ligresti, prenderà corpo e darà vita al secondo gruppo italiano, il primo nel ramo Danni. Sarà un anno di grandi sfide, che il gruppo di Bologna inizia con passo felpato: l’amministratore delegato Carlo Cimbri concluderà le vacanze oggi e si metterà al lavoro in vista dei passaggi formali che attendono il gruppo: l’autorizzazione dell’Ivass alla fusione a quattro tra Fonsai, Milano, Premafin e Unipol; le assemblee di primavera che sanciranno la nascita, datata lo scorso 1° gennaio, dell’unica risultante dall’operazione, la UnipolSai; le cessioni richieste dall’Antitrust sia a livello industriale che di quote di partecipazione azionaria. Non semplice.
Il piano di lavoro
Il progetto di integrazione presentato alla comunità finanziaria giovedì 20 dicembre dice molto, ma non dice tutto. Quello che gli assicuratori non dicono riguarda alcuni aspetti delicatissimi dell’integrazione a quattro: ad esempio cosa sarà ceduto e come verrà integrata la rete agenziale, oltre ad alcuni dettagli non secondari degli aspetti patrimoniali. Domande che l’ipotetico azionista potrebbe porsi e che sono in attesa di risposta.
L’Isvap, ad esempio, ha chiesto l’integrazione delle riserve per circa 200 milioni di euro a cui non è stato dato seguito, contestando il calcolo delle interpretazioni attuariali, mentre ai rilievi della Consob Unipol ha risposto che l’adozione dei criteri Ias non sarebbe stato penalizzante per la compagnia, anzi ne sarebbe scaturito addirittura un beneficio al 31 dicembre scorso, mentre al 30 settembre 2012 il differenziale da iscrivere a bilancio «sarebbe stato di soli 8 milioni di euro, a fronte di un patrimonio di 6 miliardi».
Orizzonte lungo
Ciò non toglie che alcune cautele siano necessarie. Ad esempio, nel progetto di integrazione da poco presentato, si prospettano utili netti per 814 milioni di euro nel 2015 a fronte di una perdita aggregata nel 2011 di 1,126 miliardi. Sono quasi 2 miliardi di differenza da recuperare in un periodo di crisi. Non semplice. Come pure risulta ambizioso l’incremento del patrimonio netto dai 2,8 miliardi del 2011 ai 5,2 miliardi prospettati nel 2015. In questo caso si tratta poco meno che raddoppiare la consistenza patrimoniale del gruppo, incrementandola di 2,4 miliardi. Al netto degli effetti dell’aumento di capitale già realizzato per 1,1 miliardi di euro (sottoscritto per meno dell’80 per cento), resterebbe da generare un incremento di capitale da 1,3 miliardi in quattro anni: oltre 300 milioni netti l’anno oltre allo stacco dei dividendi. Non poco. «Gli scenari stanno cambiando in maniera troppo discontinua — dice Claudio Cacciamani, che insegna Gestione dei rischi e delle assicurazioni all’università di Parma — e ogni piano industriale di compagnia di assicurazione non può essere forzatamente unico. Inoltre, non è più possibile escludere assolutamente a priori interventi di ricapitalizzazione degli azionisti. Ogni piano che preveda dismissioni deve comunque avere una way out».
Tagli e integrazioni
È indubbio però che Cimbri riuscirà a realizzare risparmi e riduzione di costi, ma non è ancora chiaro dove e come. La rete agenziale presenta oggi una serie di sovrapposizioni talvolta ridondanti e gli effetti del recente decreto Monti sulle liberalizzazioni alimentano il dubbio che non tutta la rete territoriale rimarrà fedele al nuovo gruppo, soprattutto se di provenienza FonSai. Inoltre, UnipolSai, dovrà misurare la propria crescita con la crisi industriale del modello della bancassurance: è vero che sono in essere contratti per lo sviluppo di questo progetto distributivo, ma riporvi troppe speranze nel momento in cui le banche tendono a chiudere agenzie può rivelarsi incauto.
Azioni e marchi
Restano le due prescrizioni dell’Antitrust: la cessione del 3,8 per cento del capitale di Mediobanca e di premi fino a circa 1,7 miliardi di euro, entrambe da collocare nella seconda metà dell’anno.
La cessione delle azioni Mediobanca è voluta al fine di allentare i legami con Generali, di cui Mediobanca è primo azionista. Ma Cimbri dovrà rinunciare anche a 1,7 miliardi di premi, cedendo rami d’azienda o intere compagnie. Su questo punto Unipol ha avviato un ricorso al Tar, ma contestando solo i criteri di calcolo del provvedimento, che focalizza l’attenzione su quote di mercato da mantenere post aggregazione inferiori al 30 per cento per singola provincia, mentre a Bologna rivendicano il principio (costituzionale) di unità della nazione, ritenendo sia quello — e non altri — l’unico territorio su cui misurare l’effettiva presenza del gruppo.
Su tutta questa complessa architettura gravano poi due aspetti tutt’altro che secondari. Da un lato il peso dell’inchiesta giudiziaria a monte delle quattro compagnie coinvolte nel progetto di integrazione, che interessa le finanziarie del gruppo Ligresti dichiarate fallite nel 2012. Come finirà? Ci saranno ricadute per UnipolSai?
Dall’altro il rapporto con i soci, soprattutto le cooperative di consumo. L’aumento di capitale ha prosciugato le casse e assottigliato gli entusiasmi, specie di coloro i quali sono stati recentemente delusi. La navigazione dei mari della finanza non ha portato bene ai soci delle cooperative: il viaggio condotto da Giovanni Consorte nel 2005 si è concluso con un naufragio, la partecipazione di Unicoop Firenze nel capitale del Monte dei Paschi di Siena, con poco di meno. Sarà la terza la volta buona? Intanto, va considerato il fatto che la fusione Unipol-FonSai sarà il primo vero banco di prova dell’Ivass la nuova autorità di controllo del settore, nata sotto il tetto della Banca d’Italia, da cui trarrà uomini e criteri di azione. Anche in questo caso è legittimo attendersi segnali di discontinuità a carico dei controllati.

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