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Maggior utile visibile sul conto

Il maggior utile deve transitare nel conto economico, altrimenti non è fondata la presunzione del Fisco di distribuzione di utili extra-bilancio ai soci e ciò porta all’illegittimità dell’accertamento.

Nel caso di società a ristretta base partecipativa, in particolare, la presunzione semplice di distribuzione di utili extra-contabili in capo al socio non è legittima, infatti, se l’utile contestato non è transitato in conto economico.

Se dalla vendita di un immobile, regolarmente registrata e fatturata, non emerge alcun utile contabilizzato o non contabilizzato, non è possibile presumere che da tale operazione siano emersi utili occulti poi distribuiti ai soci.

Queste le conclusioni raggiunte dai Supremi giudici nell’ordinanza n. 19442 dell’8 luglio 2021 con la quale è stato accolto il ricorso presentato dal contribuente ed è stato dichiarato illegittimo l’avviso di accertamento impugnato.

La pronuncia trae origine da un avviso di accertamento notificato a danno di un socio di una società di capitali a ristretta base partecipativa, mediante il quale veniva attribuito allo stesso un importante reddito derivante dalla presunta distribuzione «pro quota» in suo favore di utili extra-contabili della società.

La vicenda era fondata esclusivamente sulla vendita di un immobile della società da cui, a parere dell’Agenzia, era emersa una plusvalenza imponibile; tuttavia, il contribuente forniva, già nel corso del giudizio di merito, ampia prova circa l’errata valutazione del costo fiscalmente riconosciuto dell’immobile da parte dell’Agenzia che ometteva di considerare la rivalutazione effettuata sullo stesso immobile e che aveva impedito, dunque, l’emersione di qualsiasi plusvalenza all’atto della vendita.

Nel dettaglio, infatti, l’immobile era stato acquistato nel 1999 e iscritto in bilancio per un importo pari a 435.215 euro; nel bilancio chiuso al 31 dicembre 2000, l’immobile oggetto di rivalutazione veniva iscritto in bilancio al valore di 2.065.828 euro corrispondente al costo fiscalmente riconosciuto dell’immobile che, nel corso del 2005 veniva poi ceduto dalla società per un importo pari a 2.000.000 euro.

Premesso ciò, da un lato l’Agenzia riteneva che il costo storico da prendere in considerazione ai fini del calcolo della plusvalenza fosse il costo storico di prima imputazione in bilancio, mentre parte privata considerava il costo fiscalmente riconosciuto pari al valore di bilancio così come rivalutato anche ai fini fiscali.

In conclusione, il contribuente dimostrava che dalla cessione contestata non era emersa alcuna plusvalenza, fornendo in ultima analisi adeguata prova contraria circa l’inesatta contestazione dell’Agenzia su cui si fondava la presunzione stessa.

Nell’esaminare la su esposta fattispecie, la Corte non evita di ricordare come in simili contesti in cui il contribuente oggetto di contestazioni è un socio di una società di capitali a ristretta base partecipativa, accade non di rado che l’Amministrazione finanziaria proceda a rideterminare un maggior reddito in capo al contribuente accertato mediante l’applicazione della presunzione di attribuzione al socio stesso di eventuali utili extracontabili accertati.

Il fondamento logico della presunzione è costituito dalla ristrettezza della base sociale e dal rapporto di solidarietà intercorrente tra i vari soci, spesso legati tra di loro anche da legami di parentela.

Tuttavia, ricorda la Corte che la presunzione di distribuzione di utili extra-contabili opera non solo quando sia accertata la ristretta base partecipativa della società oggetto di contestazione, elemento confermato nel caso di specie, «ma quando sia altresì validamente accertata, a carico della società, la sussistenza di ricavi contabilizzati o non contabilizzati, che costituisce il presupposto per l’accertamento a carico dei soci in ordine ai relativi dividendi».

Per di più gli Ermellini, menzionando un proprio consolidato orientamento, evidenziano come si ritenga a tal fine indispensabile che il reddito nei confronti della società risulti accertato in maniera definitiva (Cfr. Cassazione, sentenza n.441 del 2013 e sentenza n.2214 del 2011).

Ebbene nel caso di specie, come già analizzato, a parere dei giudici la contestazione era esclusivamente incentrata sull’asserita plusvalenza derivante dalla cessione dell’immobile che tuttavia secondo la Corte non era mai emersa, ritenendo accolte le prove fornite dal contribuente volte ad affermare come in realtà il costo fiscalmente riconosciuto fosse non già quello storico, preso in considerazione dall’Ufficio, ma il valore di bilancio del bene, così come rivalutato.

Di qui, i giudici ritengono che l’unico utile emerso in seno alla società e tassato come dividendo in capo al socio fosse quello derivante dalla distribuzione della riserva di rivalutazione (pari alla differenza tra il valore rivalutato e il valore iniziale) iscritta nello stato patrimoniale. In conclusone, i giudici affermano che: «Detto utile, tuttavia, evidenziato direttamente nello stato patrimoniale con l’iscrizione della relativa riserva, non era transitato nel conto economico, talché la tesi difensiva del ricorrente appare ampliamente condivisibile».

Detto in altri termini, secondo i giudici mancava il secondo requisito indispensabile ai fini dell’operatività della presunzione, non essendovi stata alcuna dimostrazione, da parte dell’Amministrazione finanziaria, dell’esistenza di un valido accertamento in capo alla società tale da giustificare un accertamento in capo al socio sulla base della presunzione di distribuzione di utili extra-contabili della società di appartenenza, non potendo ritenersi tale un utile non transitato in conto economico.

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