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Madrid raffredda lo spread. Borse europee in recupero

di Maximilian Cellino

Un rimbalzo, timido quanto si vuole, ma pur sempre un rimbalzo. Dopo tre giorni consecutivi di vendite ieri in Borsa e sui titoli di Stato periferici si è vista finalmente un'inversione di tendenza. Piazza Affari, in particolare è riuscita a recuperare l'1,37%, più o meno la metà di quanto aveva perso il giorno precedente, e anche il differenziale di rendimento fra BTp e Bund decennali si è ristretto di quasi 30 punti base. Lo spread è sceso a quota 458 se si guarda il «vecchio» benchmark (scadenza settembre 2021) e a 508 punti se si considera il nuovo (marzo 2022). Questioni puramente tecniche spiegate nell'articolo a fianco che però non spostano di una virgola il ragionamento di fondo: il dazio da pagare da parte del nostro Tesoro resta sempre elevato.
L'asta di Madrid dà la spinta
Ad alleviare in parte la tensione degli ultimi giorni fra gli operatori ha contribuito di sicuro l'esito dell'asta dei titoli di stato spagnoli: Madrid puntava a piazzare sul mercato fra i 2,5 e i 3,5 miliardi di Bonos con scadenza 2016, 2020 e 2021, ma è riuscita addirittura a raddoppiare l'ammontare previsto e a emettere titoli per poco più di 6 miliardi. Un segnale incoraggiante che si è esteso di riflesso a tutti i «periferici», anche se non si può fare a meno di notare la differenza che di questi tempi passa fra Spagna e Italia.
Secondo i dati Reuters, lo «spread» tra Bonos e BTp decennali ha toccato ieri livelli mai visti di recente: 160 punti base che la dicono lunga su quale sia purtroppo allo stato attuale la differenza di percezione dei due Paesi fra gli investitori. Volendo, il confronto si fa ancora più impietoso se si mette a fianco il rendimento del 6,47% dei titoli a 5 anni collocati due giorni fa dal Tesoro nel bel mezzo della bagarre parlamentare sull'approvazione della manovra Monti e il tasso del 4,02% spuntato ieri dai pari scadenza iberici.
I dati Usa offrono sostegno
La giornata non sarebbe probabilmente proseguita per il verso giusto se da New York non fossero rimbalzate notizie incoraggianti sullo stato di salute dell'economia Usa: in particolare dal mercato del lavoro (richieste settimanali di sussidi a quota 366mila, minimi dal maggio 2008) e dall'industria (indice dell'attività economica nell'area di Filadelfia in recupero oltre il previsto a dicembre). Tanto è bastato infatti a propiziare un avvio positivo per la Borsa Usa (che poi ha chiuso con l'S&P 500 a +0,32% e il Nasdaq a +0,07%) e per garantire una chiusura moderatamente favorevole al resto d'Europa, dove i guadagni dei listini sono comunque rimasti (con esclusione di Milano) al di sotto del punto percentuale.
Naturalmente il mercato non ha dimenticato la questione del debito europeo, prova ne sia che si è visto più di un tentennamento nell'andamento degli indici quando il direttore del Fondo monetario Christine Lagarde, senza peraltro sorprendere più di tanto, ha messo in guardia contro un'«escalation» della crisi dell'Eurozona. In precedenza il bollettino mensile della Bce (che ha confermato il rallentamento dell'economia europea nel quarto trimestre) e le parole pronunciate in un convegno a Berlino dal presidente Mario Draghi (ha sottolineato le difficoltà nella raccolta di fondi da parte delle banche e ha ribadito che il piano di riacquisti di titoli di Stato non è «né infinito né eterno») non avevano scosso gli operatori.
Il «bazooka» di Francoforte
L'attesa, sotto questo aspetto, è ormai tutta puntata sull'asta con cui la stessa Bce garantirà mercoledì prossimo agli istituti dell'Eurosistema liquidità illimitata al tasso di favore dell'1% da restituire fra 3 anni. Gli analisti si stanno esercitando nel prevedere l'ammontare che sarà assegnato: Morgan Stanley, per esempio, pensa che le richieste delle banche possano aggirarsi fra i 160 e i 250 miliardi di euro e addirittura crescere nell'operazione successiva di fine febbraio e anche Barclays Capital stima intorno a 250 miliardi il quantitativo che potrebbe essere collocato mercoledì prossimo. Entrambe non sono però così convinte che gran parte di questo denaro sia poi reimpiegato per acquistare titoli periferici a rendimento elevato, in quella sorta di «carry-trade» che molti si augurano e che salverebbe i bilanci delle banche e al tempo stesso porterebbe linfa vitale agli Stati in difficoltà con il debito.

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