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Made in Italy oltre i 400 miliardi

MILANO
Stati Uniti e auto. Il nuovo record storico nominale dell’export tricolore, per la prima volta oltre la soglia annua dei 400 miliardi di euro è il prodotto di uno sviluppo asimmetrico, troppo poco “corale” per essere accolto con eccessivo entusiasmo.
Con la crescita tendenziale di dicembre (mese tuttavia in rosso di oltre due punti su base mensile destagionalizzata) il progresso annuo del made in Italy è limato al 3,7%, frutto di risultati quasi identici per l’Europa e i mercati extra-Ue.
Trainati, questi ultimi, in particolare dagli acquisti aggiuntivi di Washington, dove il made in Italy lievita di oltre 6,2 miliardi di euro (+20,9%), per due miliardi grazie alle auto, con vendite 2015 negli Usa praticamente raddoppiate.
In assenza degli Stati Uniti le vendite extra-Ue 2015, arrivate al nuovo record nominale (186,6 miliardi) sarebbero rimaste esattamente al palo, frenate dalla debolezza crescente dei mercati emergenti: ai 2,4 miliardi di euro persi in Russia (-25,2%) si aggiungono più di 300 milioni ceduti in Ucraina e altri 970 milioni persi per strada nell’area Mercosur, quasi tutti per “colpa” del Brasile. Deficit che si innestano su un quadro di complessiva fragilità, che comprende l’arretramento di quasi sette punti dell’Africa Settentrionale, lo stop preoccupante di Pechino, l’avanti adagio della Turchia reso ancora meno soddisfacente dal crollo di nove punti a dicembre.
Progressi superiori in termini assoluti (8,3 miliardi in più) e relativi (+3,8% la performance annua) si realizzano sui mercati europei, che in termini di vendite nominali tornano per la prima volta oltre il periodo pre-crisi.
Determinante il contributo della Spagna, protagonista di un rimbalzo economico tradotto in copiosi acquisti aggiuntivi di made in Italy (+10,1%), quasi due miliardi di commesse in più nel 2015.
Decisamente meno brillante, seppure in recupero negli ultimi mesi, la performance della Germania, con una crescita limitata all’1,7%, non troppo confortante considerando che si tratta del nostro primo mercato di sbocco. Crescita ridotta anche in Francia (+1,2%), con l’aggravante per Parigi di un’inversione di rotta nel finale, un calo del 4,5% a dicembre.
Così come accade in termini geografici, anche su base settoriale non vi sono dubbi nell’identificare la protagonista assoluta del 2015: l’auto. La rinascita produttiva di Fca in Italia si è saldata ad una forte ripresa dell’export, lievitato lo scorso anno del 30,8% a poco meno di 20 miliardi di euro, quasi cinque in più rispetto all’anno precedente.
Ad eccezione dell’energia, l’unico comparto a chiudere in rosso il 2015 è quello dei prodotti in metallo, area frenata in particolare dai manufatti di siderurgia e dai tubi, anche per il venir meno della domanda dal comparto Oil&Gas. Elettronica, mobili e alimentare presentano i progressi percentuali più significativi. Da segnalare lo scatto di sette punti dell’area agroalimentare, arrivata al nuovo top nominale di 36,85 miliardi, progresso cui possono aver contribuito l’attenzione sul Paese e il maggiore investimento promozionale legati ad Expo.
Meno brillanti invece tessile-abbigliamento e l’area vasta dei macchinari, che pure porta in dote quasi 50 miliardi di euro di surplus commerciale.
Un avanzo realizzato anche grazie alla rivalutazione del dollaro, responsabile in generale per il made in Italy di una crescita dei valori medi unitari di quasi tre punti nell’area extra-Ue. Meno brillante il guadagno dei volumi, limitato allo 0,8% escludendo dal calcolo l’energia, un valore inferiore rispetto alla crescita del commercio mondiale. Affanno visibile anche altrove, come segnala l’Istat, registrato nella lieve perdita di peso dell’Italia rispetto al totale dell’export europeo, sintesi di una omogenea riduzione della quota nazionale sia sul mercato interno Ue (da 7,5% a 7,4%) che nell’area extra-Ue (da 10,6% a 10,4%).
Più che per l’avanti adagio dell’export, il 2015 sarà però probabilmente ricordato per la risalita netta della domanda interna da parte di imprese e famiglie, uno scatto che vale 23 miliardi in termini di importazione aggiuntiva di manufatti, progresso del 7,7% al netto dell’energia.
Beni di consumo, intermedi e strumentali che avrebbero portato ad una riduzione del saldo commerciale globale, che invece tocca il nuovo record storico (45,2 miliardi)grazie al crollo del greggio.
La discesa dei listini si traduce infatti per l’Italia in minori acquisti di gas e petrolio per 11,5 miliardi portando il totale import della voce energia a quota 46,6 miliardi, terzo calo annuo consecutivo, quasi la metà rispetto al dato del 2012.

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