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Made in Italy Il lusso rialza la testa Ecco chi è pronto per la ripresa A Valenza la più grande manifattura di gioielli d’Europa

Negli ultimi mesi qualcosa è cambiato tra gli imprenditori. Le ultime manifestazioni del made in Italy — da Pitti a Vicenza Oro fino a Milano Unica — hanno messo in evidenza un mutamento di clima. E non più solo, com’è stato in tutti questi lunghi anni della crisi, grazie alle esportazioni (che il petrolio basso e un dollaro dal valore più corretto rispetto all’euro aiuteranno ulteriormente), ma anche un minimo di rianimarsi del mercato interno, l’Italia.
«Le imprese ci credono, sono molto ansiose di vedere i risultati: credo che siamo nella direzione giusta», ha sintetizzato per esempio venerdì scorso il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, riferendosi agli eventi che stanno segnando in questo momento i mercati internazionali e influiscono positivamente sulla fiducia delle imprese, ovvero, appunto, il ribasso del prezzo del petrolio, euro più debole e gli interventi della Bce. «Un’occasione che non dobbiamo sprecare», diceva la scorsa settimana su Corriere Economia il presidente della Fiera di Vicenza Matteo Marzotto. Squinzi ha parlato in occasione della presentazione del piano straordinario per il made in Italy, di cui questo giornale ha scritto spesso. Un piano basato sul potenziamento dei grandi eventi fieristici italiani e che Squinzi ha definito una «scelta strategica rilevante».
Presentando il piano da 261 milioni per la promozione nel mondo, il vice ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha spiegato il cambio di passo del governo. Che è prima di tutto culturale: ciò che prima era considerato un orpello, come molti settori del made in Italy a partire dalla moda, «sono invece un pezzo della nostra identità».
Manifattura
Paese dalla grande creatività e dall’eccellenza manifatturiera, l’Italia ha visto il passaggio di mano negli ultimi quindi anni di molte imprese, non solo nella moda design (pensiamo, nell’elettrodomestico, a un nome come Indesit ceduto a Whirlpool). «Finché restiamo i numero 1 come qualità non abbiamo niente da temere — dice Pierluigi Loro Piana —. Per questo dobbiamo far crescere i giovani dopo di noi. Ma non ho dubbi — prosegue — che le imprese europee del nostro settore siano uno dei migliori investimenti possibili». Altagamma, associazione tra le imprese dell’eccellenza italiana, ha appena presentato una corposa ricerca (affidata a Boston consulting group e a Exane Bnp paribas) per capire come si muoverà il lusso. Sono stati intervistati 10mila consumatori nei 10 principali Paesi del mondo del lusso e sono stati mappati più di 100 brand coinvolgendo anche 20 capo azienda in imprese leader del settore.
La prima indicazione è che il lusso si muoverà molto. I 755 miliardi di euro spesi oggi dai consumatori diventeranno 1 trilione nel 2021, tra sei anni. E a contribuire alla crescita saranno soprattutto i consumatori Top, cioè coloro che spendono in media 20mila euro all’anno in lusso personale ed esperienziale.
Secondo Boston consulting group i due terzi della crescita del prossimo decennio sarà organica e avrà diverse velocità. Da soli i consumatori Top (che rappresentano il 4% del numero dei consumatori mondiali) genereranno il 40% della crescita in valore e quattro aree del mondo contribuiranno al 55% della crescita: Stati Uniti, Cina, Europa e Medio Oriente. Secondo gli esperti a crescere di più sarà il mercato del cosidetto «lusso esperienziale», più veloce del lusso personale. Tra le categorie, la più rapida nell’espansione sarà ancora la pelletteria seguita da abbigliamento e gioielleria.
Per gli analisti scelti da Altagamma, il «made in» resta un asset irrinunciabile, «con circa l’80% dei consumatori che dichiara di verificare l’origine dei prodotti acquistati, soprattutto nei Paesi emergenti». In questo ambito, il made in Italy rimane in cima alle classifiche di preferenza, eccetto per gli orologi, dove la Svizzera rimane il Paese di riferimento, e le automobili, dove in testa c’è la Germania. Sul fronte del «made in» va, però, detto che sta salendo il peso degli Stati Uniti e del Regno Unito, sempre più riconosciuti come centri di qualità: il made in Us è cresciuto del 10% nel 2014 e il made in Uk del 7%.
Una seconda traiettoria è data dalla sempre crescente importanza del digitale: nel 2014 ha influenzato il 62% degli acquisti di lusso (rispetto al 50% dell’anno precedente). Il digitale cambierà anche la distribuzione, che è stata l’asse portante degli ultimi 15 anni. I gruppi della moda e del lusso si sono trasformati progressivamente in retailer e adesso gli analisti di Exane Bnp paribas avvertono che gli investimenti nel retail devono essere guidati dall’esame delle performance like for like, ovvero senza nuove aperture. Negli ultimi anni le performance miglior sono state di Hermès e Richemont, mentre Burberry, Ferragamo e Moncler hanno il maggior potenziale di sviluppo.
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