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Made in Italy come processo

Il marchio italiano è un processo. Non un semplice segno distintivo. Storia, ricerca e percorso che ci sono dietro il made in Italy, riconoscibili come un modo di vivere e di fare innovazione e cultura, diventano un processo che, come tale, può rimanere nei confini e nei paletti fissati dall’Ocse per le agevolazioni fiscali legate al patent box. È questa, in estrema sintesi, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, la strategia che i tecnici italiani stanno mettendo a punto per portare avanti in Europa il recepimento italiano delle regole Ocse sul patent box.

Non sarà dunque il marchio a essere agevolato ma tutto ciò che sotto quel marchio c’è, tutto ciò che contribuisce a rendere il marchio quello che conosciamo. In una parola il processo. Un’operazione destinata a non restare solo di dialettica ma a essere calata nelle norme. In buona sostanza si punterebbe a far scomparire la parola marchio nella normativa patent box che pone l’Italia a rischio di censura, e a far diventare quel marchio un processo, affiancando in tal modo la disciplina italiana all’esperienza britannica dove non si fa menzione dei marchio come categoria agevolata nella procedura del ruling ma si parla appunto di processi.

L’agevolazione del patent box consente un importante sconto fiscale, più precisamente la detassazione di parte degli utili derivanti dallo sfruttamento economico delle proprietà intellettuale qualificanti. Per il primo anno di applicazione (2015), la detassazione del reddito è pari al 30%, per salire al 40% nel 2016 e poi al 50% a regime dal 2017. Le imprese hanno inoltrato circa 4.500 istanze all’Agenzia delle entrate per poter usufruire dello sconto anche per l’anno di imposta 2015.

Ora la palla è passata all’Agenzia che dovrà esaminare le istanze e pronunciarsi sulla ammissibilità o meno della concessione dell’agevolazione. Ma la nota dolente non è tanto di diritto interno quanto la posizione dell’Europa e dell’Ocse. Nel recepire le indicazioni internazionali, infatti, l’Italia ha fatto una sorta di fuga in avanti, ricomprendendo come settore agevolabile anche i marchi, esclusi però dalle indicazioni Ocse.

Raffaele Russo, responsabile del progetto Beps (piano contro l’elusione internazionale) per l’Ocse, in un’intervista a ItaliaOggi dell’11 novembre scorso aveva ribadito la strada Ocse al patent box: quella indicata dal Nexus approach, il nesso esistente tra spese, beni immateriali e reddito, espressamente escludendo i marchi dalla sua applicazione. I vari paesi, tra cui l’Italia, hanno però la possibilità di adattare il proprio regime agli accordi presi in sede internazionale. L’obiettivo diverrebbe una uscita senza traumi dei marchi entro il 2020. Ma la peculiarità del made in Italy sta spingendo in queste ore a riflettere sulla possibilità di inserire, come si diceva, l’intero processo tra le fattispecie agevolabili.

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