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«Made in» in versione selettiva

«Made in» sì, ma in versione “mignon”, con un perimetro di applicazione ristretto e soprattutto selettivo. Per soli 3 settori: abbigliamento, calzature e ceramica (si veda Il Sole 24Ore del 30 aprile).
È questa la proposta di “mediazione” che la Commissione Ue, riunita ieri mattina a Bruxelles, intende sottoporre al prossimo Consiglio Ue competitività del 28 maggio, nel tentativo di sciogliere l’impasse che si è creato da mesi tra i Paesi membri e che di fatto blocca da un anno tutta la bozza di regolamento Ue sulla tutela dei consumatori, di cui la norma sul “Made In” rappresenta un solo passaggio (all’articolo 7).
Sembra, dunque, definitivamente scongiurata l’ipotesi, circolata nei giorni scorsi, di un possibile stralcio (contro cui si era mosso il governo italiano) dell’intera norma che dovrebbe regolare l’etichettatura obbligatoria di origine su tutti i prodotti non alimentari in circolazione nella Ue. Sia quelli prodotti in altri Stati europei sia quelli importati da paesi extracomunitari. Misura che sta a cuore all’Italia manifatturiera, sia per valorizzare la produzione “Made in Italy” nei confronti della concorrenza di minor qualità sia per contribuire a scoraggiare i fenomeni di contraffazione e imitazione. Ma che da anni incontra il “muro di gomma” dei Paesi del Nord Europa (dove si produce poco di autoctono ma nei cui porti sbarca molta della merce d’importazione cinese) e della Germania (la cui manifattura ha molto delocalizzato la produzione) .
L’accelerazione di questi giorni – dopo mesi di silenzio – deriva dal fatto che finalmente lo studio di impatto sui costi/benefici del “Made In” sull’industria europea, richiesto a gran voce dai Paesi del Nord Europa per prendere tempo e accordato dall’Italia, durante il proprio semestre di presidenza, per togliere ulteriori alibi ai contrari, è pronto. Non è stato ancora ufficialmente diffuso, ma l’esito della consultazione avrebbe dato pareri discordanti in base ai settori .
Secondo indiscrezioni, i settori che avrebbero espresso i pareri più favorevoli al “Made in” in tutta Europa, sarebbero, appunto, quelli del comparto tessile/abbigliamento, le calzature e la ceramica. Da qui la proposta di mediazione della Commissione al Consiglio Ue per “sbloccare” l’intero pacchetto sui consumatori accettando un’applicazione settoriale del “Made in” con un’applicazione sperimentale su 5 anni prima di un’adozione definitiva.
Tuttavia, il governo italiano è intenzionato a rilanciare. Il viceministro per lo Sviluppo economico (con delega al commercio internazionale), Carlo Calenda, ha già spiegato: sì a un “Made in” circoscritto ma a 5 settori – ceramica, calzature, tessile ma anche legno-arredo e oreficeria – senza distinzione tra piccole o grandi imprese e un periodo di sperimentazione dell’etichetta obbligatoria di 3 o 5 anni. La prossima riunione del Consiglio competitività in cui si deciderà il perimetro del “Made in” è fissata per il 28 maggio. Ma la diplomazia e tecnica ci lavorerà già dalla prossima settimana, per arrivare a fine mese a una sostanziale intesa.
Un anno fa (ad aprile 2014) la proposta di regolamento Ue per la tutela dei consumatori (contenente anche il “Made in”), presentata dagli allora commissari all’Industria, Antonio Tajani e alla salute, Tonio Borg, era stata approvata a larga maggioranza dal Parlamento Ue. Ma, come era già successo in passato, si era arenata al Consiglio Ue.
«La decisione è un buon passo avanti – ha sottolineato Lisa Ferrarini, vice presidente per l’Europa di Confindustria – . Sono soddisfatta che la Commissione abbia individuato una possibile via d’uscita in grado di sbloccare un dossier fermo da troppi anni e offrire così una soluzione al Parlamento Ue, che ha sempre fortemente sostenuto il Made in, e al Consiglio, che ne dovrà discutere a breve. Sono certa che l’Europarlamento manterrà il sostegno alla proposta e confido che anche in Consiglio si possa superare una volta per tutte l’opposizione di alcuni Stati». Sono convinta, ha concluso Ferrarini, che «l’azione del governo, come già avvenuto in queste settimane nel coagulare il fronte dei paesi favorevoli, continuerà ad essere intensa».
«Il Made in – ha affermato Antonio Tajani, vicepresidente del Parlamento Ue ed ex commissario all’Industria – va portato a casa anche se circoscritto ad alcuni settori. Il governo italiano non deve mollare ma fare il massimo per includere anche il design e la gioielleria».

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