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A Maastricht la prima sconfitta, ecco come si è smarrito il sogno di un’Europa unita

«DOVE SEI, Europa?». L’appello che papa Francesco ha lanciato in Vaticano davanti a Merkel, Renzi, e ai massimi dirigenti della Ue dà il senso della crisi in cui si trova l’Europa, ma anche la misura, il sapore di una assenza. È come se l’idea di un continente unito, solidale, identitario, cresciuta e viva nelle nostre coscienze come in quelle del mondo che ci guarda, non trovasse più corrispondenza nella realtà. Ma dove si è persa, allora, l’Europa?
Ognuno risponderà a questa domanda secondo le proprie inclinazioni politiche e le proprie utopie frustrate. Ma ci sono quattro snodi, quattro momenti cruciali nella storia dell’Unione, in cui le cose non sono andate come avrebbero dovuto. Quattro “atti mancati”, per usare un termine psicoanalitico, con cui il progetto europeo ha scartato dalla strada segnata per venire ad arenarsi nella crisi attuale.
Il primo inciampo ha come sfondo Maastricht, anonima cittadina olandese sulla Mosa, al confine con Francia, Belgio e Germania. Siamo nel dicembre 1991, il termometro sfiora lo zero. Da poche ore, l’Unione Sovietica si è sciolta. La Germania è riunificata da un anno. La Jugoslavia non esiste più. In Croazia si combatte e si uccide. L’Est europeo si misura con la scoperta della democrazia. I dodici capi di governo dei Paesi che compongono la Comunità europea si ritrovano nel palazzo del governatore del Limburgo, su un’isoletta in mezzo al fiume, per cercare di tenere il passo con la Storia. Che ancora una volta corre più veloce di loro. Al tavolo siedono, tra gli altri, Helmut Kohl, Francois Mitterrand, Giulio Andreotti, John Major. L’olandese Ruud Lubbers presiede l’incontro.
Oggi Maastricht è inscritto nel museo della memoria europea come il vertice che mise le basi per l’Unione monetaria fissandone la data di nascita al 1° gennaio 1999 e definendo i famigerati parametri in materia di conti pubblici. In realtà, quel vertice avrebbe anche dovuto segnare la nascita di una vera unione politica, mettendo in comune non solo la moneta ma anche la difesa, la politica estera, la giustizia e le politiche sociali. Un progetto che però non arriverà mai al tavolo dei capi di governo riuniti sulla Mosa.
L’idea era stata lanciata nel 1990 a Roma, dalla presidenza di turno italiana, tre mesi dopo la riunificazione tedesca. La nascita di una grande Germania era stata accolta con preoccupazione dai partner comunitari: Italia, Francia e Gran Bretagna in testa. «Amo talmente la Germania, che ne preferivo due», è la cinica battuta di Andreotti che esprime gli umori di molte cancellerie. Helmut Kohl e il suo ministro degli esteri Wolfgang Schaeuble (sì, proprio lui: l’attuale inflessibile ministro delle finanze tedesco) capiscono di dover rassicurare i colleghi. Il Cancelliere ripete spesso le parole di Thomas Mann: «preferisco una Germania europea a un’Europa tedesca». E agisce di conseguenza. Nasce così, tra Berlino e Bruxelles, dove siede il presidente della Commissione Jacques Delors, l’idea rivoluzionaria di un Trattato che lanci l’Unione europea, varando una vera unione politica che metta insieme moneta, esercito, diplomazia, politiche economiche e sociali. Andreotti coglie la palla al balzo e, nel dicembre del 1990, lancia la Conferenza intergovernativa che doveva definire i contorni della nuova creatura.
Ma l’idea non suscita solo entusiasmi. A Londra, John Major è furioso. Da sempre la Gran Bretagna si oppone a qualsiasi ulteriore passo di integrazione dell’Europa. Margareth Thatcher, da poco dimissionaria dopo uno scontro con i filo-europei del suo partito, si è battuta per anni contro quella che definiva la prospettiva di «un super-stato europeo ». Ma è a Parigi che i programmi della Conferenza intergovernativa creano le maggiori perplessità. Mitterrand non si fida fino in fondo di Kohl, che ha negoziato l’unificazione tedesca alle sue spalle e ha riconosciuto unilateralmente l’indipendenza di Croazia e Slovenia innescando la guerra in Jugoslavia. All’Eliseo va bene che la Germania rinunci al super-marco, che domina l’Europa, in nome di una moneta comune. Non va altrettanto bene l’idea che la Francia rinunci alla sovranità sulla propria “force de frappe” nucleare e al seggio nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per condividerli con gli altri europei. La “grandeur” francese, insomma, non è negoziabile.
Ancora una volta Kohl, con grande pragmatismo, capisce che non può irritare ulteriormente Londra e Parigi. E fa una improvvisa marcia indietro: una inversione di tendenza che Ruud Lubbers definisce nelle sue memorie «tradimento». Si arriva così al 30 settembre 1991, il «lunedì nero» dell’Europa nei ricordi dei diplomatici olandesi. Nel corso di una riunione dei dodici ministri degli esteri per discutere il Trattato di Maastricht, la proposta della presidenza di comunitarizzare, oltre che la moneta, anche la politica estera, la difesa e la giustizia riceve solo due voti: da Olanda e Belgio. La Germania si schiera con la Francia. L’Italia si adegua. Lubbers, furioso, telefona a Kohl. «Siamo pratici – gli risponde il Cancelliere – La mia amicizia con Parigi è più importante di questi progetti».
L’Europa politica muore così, due mesi prima del vertice di Maastricht che approverà infatti un’Unione europea mutilata e limitata alla moneta unica. L’ultima mutilazione è inflitta da Major che riesce a mettere il veto anche sull’Europa sociale. La Gran Bretagna, del resto, dà via libera all’euro solo dopo aver ottenuto il diritto a non farne parte. Anche Londra, come Parigi, vede nella moneta unica un modo per tagliare le unghie della Germania e del super-marco, niente di più.
La storia di questo parziale fallimento ha un codicillo di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze. La Germania, costretta a rinunciare alla propria moneta-bandiera senza ricevere nulla in cambio sul piano politico, decise che, non potendo avere un marco europeo, avrebbero avuto un euro tedesco. Senza garanzie di una governance economica comune che facesse da cornice alla moneta unica, Berlino chiese ed ottenne una serie di parametri che vincolassero automaticamente gli altri Paesi ad una politica di bilancio rigorosa, sul modello di quella tedesca. Nacquero allora i famigerati «parametri di Maastricht», che già Romano Prodi definì «stupidi» e che oggi tormentano i sonni di Matteo Renzi. Non potendo darsi un’anima politica, l’Europa si dotò di un succedaneo burocratico. Non ce ne libereremo tanto facilmente.
Andrea Bonanni
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