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M&a, studi a caccia di mandati

Da una parte l’enorme massa di liquidità in circolo sui mercati finanziari, destinata a crescere ulteriormente nei mesi a venire per il contributo del quantitative easing. Dall’altra le difficoltà di molte aziende, stremate da anni di recessione e desiderose di trovare una via d’uscita per non dover chiudere i battenti. È questa combinazione di fattori a porre le basi per una nuova ondata di fusioni e acquisizioni nel mercato italiano. I dossier aperti sono tanti e le trattative in molti casi sono iniziate da mesi, coinvolgendo gli advisor legali, che in questo modo possono a loro volta tirare una boccata d’ossigeno, dopo aver visto contrarre negli ultimi anni il business, tra l’immobiliare in ginocchio e un mercato dei capitali su livelli d’attività contenuti.

A livello mondiale il mercato è a pieni giri

L’m&a sta vivendo una stagione d’oro a livello internazionale. Secondo un report di EY, il 2014 si è chiuso con transazioni per 3.200 miliardi di dollari, in crescita del 30% rispetto all’anno precedente, con 32 deal superiori ai dieci miliardi di dollari. I livelli del 2007, ultimo anno prima dello scoppio della crisi finanziaria internazionale, restano lontani (4.100 miliardi di dollari), ma si tratta del quarto anno per importanza dopo il 2006 (3.500 miliardi di dollari) e solo 40 miliardi di dollari in meno rispetto al 2000, anno boom delle dotcom.

In testa alle operazioni dello scorso anno figura l’accordo tra Comcast e Time Warner (69,7 miliardi di valore) che ha dato vita al leader statunitense nella tv via cavo, che ha visto al lavoro quattro tra le maggiori law-firm internazionali: Skadden Arps Slate Meagher & Flom; Paul,Weiss, Rifkind, Wharton & Garrison; Davis Polk & Wardwell e Wilkie Farr & Gallagher.

Anche la piazza d’onore riguarda il settore di media con l’acquisizione di Directv da parte di AT&T per un esborso di 67,1 miliardi di dollari. Operazione che ha visto al lavoro Weil, Gotshal & Manges, Jones Day, Wiltshire & Grannis e Kellogg, Huber, Hansen, Todd, Evans & Figel.

Otto operazioni delle prime dieci per valore hanno riguardato gli Stati Uniti, che si conferma dunque il mercato più dinamico su questo fronte. Un contributo importante è arrivato dal private equity, con una crescita del 27% in termini di valore e del 68% in volume, per i deal compresi tra uno e cinque miliardi di dollari.

Atteso un 2015 con il vento in poppa

Secondo l’analisi di EY, anche l’anno in corso registrerà un trend importante di fusioni e acquisizioni, grazie a una serie di ragioni. In primo luogo gli esperti si attendono continuità nella pipeline di operazioni ad alto valore. «Ci attendiamo un incremento delle grandi operazioni cross border tra Stati Uniti ed Europa, spiega Marco Mazzucchelli, transaction advisory services leader di EY per l’area Mediterranea. Il quale spiega questa previsione non solo alla luce del differente ritmo di crescita tra le due sponde dell’Atlantico, ma anche della svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, che rende più agevoli le acquisizioni tra parte di aziende americane. Un fenomeno che dovrebbe riguardare anche per il segmento mid-market, che per l’Italia, rappresenta un pilastro fondamentale dell’economia. «In questo scenario, le sinergie che possono crearsi attraverso il consolidamento di player locali e l’internazionalizzazione delle nostre eccellenze, consentiranno di avere ottimi multipli di ingresso e generare effetti positivi per il nostro paese», aggiunge.

Proprio i deal di medie dimensioni dovrebbero consentire di accrescere i volumi delle operazioni di m&a, che lo scorso anno sono saliti di un più modesto 6,4%. «Sempre più aziende si stanno concentrando sul mid-market, con acquisizioni nei settori base o nei vari sotto settori, accrescendo la quota di mercato, gestendo i costi e migliorando i margini di profitto», aggiunge Pip McCrostie, global vice chair transaction advisory services diEY.

La ricerca vede anche un ritorno di acquisizioni outbound da Cina e Giappone, soprattutto se il Paese del Sol Levante confermerà i segnali di ripresa emersi nel 2014. I fondi private dovrebbero inoltre continuare la loro caccia alle occasioni e una spinta ulteriore è attesa dalle operazioni di spin-off, grazie all’ottimizzazione del portfolio intrapresa da molti gruppi internazionali.

Il calo del prezzo del petrolio dovrebbe infatti portare a un ulteriore consolidamento del mercato, alla vendita di asset non strategici, ad operazioni di disinvestimento e swap. «Si prevede inoltre una crescita della classe media nei mercati emergenti che sarò accompagnata da una maggior ricerca di brand di alto profilo», sottolinea McCrostie.

L’Italia tenta la svolta

Tutti questi fattori promettono di rilanciare le operazioni di fusioni e acquisizioni anche in Italia, che nel 2014 hanno sì registrato un incremento in termini di volumi (+6,7% a quota 702 operazioni), ma anche una contrazione a livello di valore (-6,1% per un ammontare di 48 miliardi di dollari). Il deal più importante è stato l’acquisizione di International Game Techonology da parte di Gtech da 6,3 miliardi di dollari, con il coinvolgimento di Wachtell Lipton, Clifford Chance, Lombardi Molinari Segni sul fronte dell’azienda italiana, Shearman & Sterling al fianco delle banche che hanno finanziato l’operazione, Sidley & Austin e Allen & Overy nella consulenza al venditore.

Il secondo posto va a un’operazione internazionale, che in parte ha riguardato anche il nostro Paese, come il riassetto del gruppo dei media BSkyB. Il colosso che fa capo a Rupert Murdoch ha raggiunto un accordo con la 21st Century Fox(dello stesso Murdoch) per acquistarne le quote detenute rispettivamente in Sky Italia (100%) e in Sky Deutschland (57,4%), un deal da 4,2 miliardi di dollari. Il compratore è stato assistito da Herbert Smith e Legance, il venditore da Allen & Overy e da Mazzoni e Associati.

Quanto ai prossimi mesi, la sensazione tra gli advisor legali è di un’accelerazione in vista. Il focus è in primo luogo sul settore bancario, chiamato a un rimescolamento dettato dall’esito degli esami europei, che hanno messo in luce il deficit di capitale di alcuni istituti di credito di medio livello, nonché dal decreto Renzi-Padoan che impone alle banche popolari con attivi superiori agli otto miliardi di euro la conversione entro 18 mesi in società per azioni. «Questi due fattori spingeranno verosimilmente a una serie di fusioni con l’obiettivo di dar vita a operatori di maggiori dimensioni, e per questo più capaci di resistere a uno scenario congiunturale che resta debole», sottolinea Luca Iaboni, socio di Hi-Lex.

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