Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Ma se scoppia il barile marea nera da 3 mila miliardi

Una montagna di debiti tiene i mercati finanziari globali con il fiato sospeso. Sono i 3 mila miliardi di dollari — più del valore dell’intera economia britannica, una volta e mezza quella italiana — che le aziende produttrici di petrolio e gas in tutto il mondo hanno sui loro bilanci, fra prestiti e obbligazioni, che prima o poi dovrebbero rimborsare alle banche e agli investitori che hanno dato loro fiducia. Il problema è che con i prezzi del greggio crollati del 65% dai massimi del giugno 2014, un numero crescente di quelle aziende è a rischio di fallire e quindi non poter ripagare i propri debiti.
ScommesseGli investitori che avevano scommesso sul settore dell’energia, comprando bond e azioni delle società produttrici di petrolio e gas, hanno già accumulato pesanti perdite in questi due anni: 150 miliardi di dollari di valore dei loro bond e oltre 2 mila miliardi di dollari di valore delle loro azioni, secondo un’analisi del Financial Times . E se il greggio resta attorno o sotto i 40 dollari al barile, la situazione è destinata a peggiorare. «Sarà una catastrofe», ha detto William Snyder, consulente di Deloitte negli Usa, specializzato in ristrutturazioni aziendali.

A garanzia di prestiti e obbligazioni, infatti, ci sono le riserve di petrolio e gas delle imprese produttrici. Con il crollo delle quotazioni petrolifere, le banche chiedono più garanzie per continuare a concedere soldi altrimenti decidono di tagliare le linee di credito, aumentando così le chance di fallimenti. E’ un circolo vizioso che ha colpito tutti i mercati finanziari, perché ha fatto calare l’appetito per il rischio degli investitori, ha spiegato Hyun Song Shin, capo economista della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), l’istituzione che ha calcolato l’ammontare globale dei debiti del settore energetico. «Quando il ciclo del credito cambia tendenza, si verifica una combinazione di più alta volatilità e più strette condizioni del credito — dice Shin —. A pesare non sono le perdite, ma è la stessa possibilità di perdite, così le istituzioni finanziarie come misura preventiva tagliano la loro esposizione ai rischi».

Al cuore del terremoto che ha sconvolto il mercato petrolifero e ora agita tutte le piazze finanziarie, c’è l’innovazione tecnologica del fracking (la fratturazione idraulica del sottosuolo) e degli altri metodi non convenzionali di estrarre il petrolio e il gas, che dal 2010 al 2015 hanno aumentato di oltre 4 milioni di barili al giorno l’output di greggio negli Usa, contribuendo alla sovraproduzione mondiale e al crollo dei prezzi.

A tuffarsi nel boom del fracking , indebitandosi massicciamente per investire nella nuova tecnologia, sono state molte aziende americane medio-piccole.

«E’ stata una classica Bolla — dice Philip Verleger, economista esperto di energia —. Erano investimenti irrazionali basati sulla convinzione che i prezzi petroliferi avrebbero continuato a salire. Ora quelle aziende hanno di fronte tempi molto duri». Ne sono già fallite 52 dall’inizio del 2015. E oltre il 40% di quelle rimaste hanno un rating (giudizio di solidità finanziaria) molto basso: B- cioè le loro obbligazioni sono considerate junk bond , titoli spazzatura dall’agenzia Standard Poor’s, che basa le sue valutazioni sull’ipotesi che il petrolio quest’anno resti attorno ai 40 dollari, un livello al quale l’estrazione non è più economica.

Altre statistiche preoccupanti dell’industria dell’energia made in Usa riguardano le imprese ad alto rischio di non poter rispettare le condizioni dei prestiti ricevuti: 175 secondo Deloitte. E il numero dei prestiti «in sofferenza» o a rischio di default: oltre il 50% di quelli concessi da grandi banche come Wells Fargo e Comerica. JPMorgan Chase, per esempio, ha da poco annunciato di aver aumentato di 500 milioni di dollari – per un totale di 1,25 miliardi – le riserve accantonate quest’anno per coprire le perdite da prestiti ad aziende petrolifere.

In tutto, le 20 maggiori banche statunitensi sono esposte per 115 miliardi di dollari con prestiti a favore delle aziende del settore petrolio e gas, una cifra pari all’11% del capitale delle banche stesse. Ma la situazione è ancor più delicata per le 20 maggiori banche europee come Bnp Paribas, esposte per 200 miliardi ovvero circa un quarto del proprio capitale.

A rischio sono anche le grandi compagnie petrolifere statali dei Paesi emergenti, come la venezuelana Pdvsa e la brasiliana Petrobras, secondo l’altra agenzia di rating Moody’s: entrambe hanno grossi debiti in scadenza da rimborsare entro il 2017, 12,6 miliardi di dollari per Pdvsa e 23 miliardi per Petrobras. I loro creditori non dormono sonni tranquilli.

Lo scenarioSe entro la fine di quest’anno si ristabilisce un equilibrio fra domanda e offerta di petrolio e le sue quotazioni risalgono sopra i 40 dollari e verso i 50 — come prevede Ed Morse, il capo globale della ricerca sulle materie prime per il gruppo bancario Citi — tornerà ad essere economico il fracking e le aziende impegnate in questo business potranno tornare a fare profitti e ripagare i debiti. Ma un nuovo equilibrio sembra per ora ancora lontano.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«Non sapevo che Caltagirone stesse comprando azioni Mediobanca. Ci conosciamo e stimiamo da tanto t...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Primo scatto in avanti del Recovery Plan italiano da 209 miliardi. Il gruppo di lavoro "incardinato"...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La Cina ha superato per la prima volta gli investimenti in ricerca degli Stati Uniti. Pechino è vic...

Oggi sulla stampa