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Ma resta in sospeso il giudizio di Bruxelles sui conti italiani Bocciatura possibile

«Nella Germania dell’Est tutti i giovani studiavano per diventare fiorai, ma non c’erano abbastanza soldi per comprare fiori. Dobbiamo cambiare alcune regole per spendere meglio i fondi che l’Europa mette a disposizione dei governi». E’ così, con un ricordo personale, che Angela Merkel nel chiuso del vertice sul lavoro di Milano apre a qualche modifica delle regole europee per rilanciare la crescita. Segnali, per ora poco chiari, su un futuro migliore. Anche se il presente resta inchiodato alle regole del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact.

Mentre il premier Renzi segue con attenzione la bagarre al Senato sul Jobs Act, i lavori del summit vengono guidati principalmente dal ministro degli Esteri Federica Mogherini e dal sottosogretario agli Affari Ue Sandro Gozi. Il premier incassa il via libera di Barroso, Van Rompuy, Hollande e Merkel sulla riforma del lavoro. Certo, avrebbe preferito annunciare ai partner la sua approvazione in diretta, ma l’ostruzionismo dei grillini a Palazzo Madama fa slittare il voto di fiducia. Poco male. Ma l’impressione è che il giudizio sui conti italiani atteso per fine mese resti in bilico. Durante il summit Hollande quasi non parla, Renzi invece insiste sulla necessità di investire, di essere flessibili, di dare un’anima politica all’Unione. In mattinata ne parla al telefono con la Merkel. Con la quale ha un breve colloquio durante il vertice. Parlano della conferenza stampa congiunta che inizialmente non avrebbe dovuto esserci ma che poi si è fatta per evitare l’immagine di un’Europa divisa. «Iniziamo puntuali – chiede la Cancelliera – altrimenti rientro a Berlino troppo tardi».
Davanti ai cronisti siedono così Renzi, Merkel, Hollande, Barroso, Van Rompuy e Schulz. E qui la Cancelliera apre a nuove regole per l’Europa. Sulle prime c’è chi pensa a una vera rivoluzione sul Patto di Stabilità e sul Fiscal Compact, ma non è così, come spiegava la frase sui fioristi pronunciata durante la riunione dei leader. Si tratta di aiutare i governi a spendere più facilmente i sei miliardi della Youth Guarantee, il fondo per l’occupazione giovanile attivo in questo biennio. Ma poi la Cancelliera accenna anche al cofinanziamento dei fondi europei. Durante il summit milanese Renzi, come Hollande e il maltese Muscat, sono tornati a chiedere che la parte di soldi provenienti dal bilancio dei singoli governi per cofinanziare i progetti europei venga scomputata dal calcolo del deficit. E se la Merkel si decidesse finalmente a questo passo, per Roma significherebbe liberare decine di miliardi nei prossimi sei anni visto che i fondi Ue per l’Italia sono circa 70 miliardi che il governo deve accompagnare, a seconda dei progetti, pagando dal 25 al 50% dell’ammontare.
Sul presente però la Cancelliera è netta: vanno rispettate le re- gole sui conti. Sarà un caso, ma mentre in conferenza stampa Renzi dice che il tetto del 3% è anacronistico perché risale a vent’anni fa («quando ancora non c’era Internet»), la Merkel si illumina in una risata. Dà di gomito a Barroso e Hollande, che ricambiano l’ilarità, sebbene la Francia sia messa molto peggio dell’Italia sul deficit. D’altra parte che tra la Merkel e Renzi ci sia una divergenza di opinioni sul tetto di Maastricht è noto a tutti.
Intanto incombe la decisione della Commissione di Barroso sui conti italiani, con il rischio bocciatura della Legge di Stabilità che sarà notificata a Bruxelles il 15 ottobre. Nel mirino di Bruxelles c’è il debito pubblico. Ieri non se ne è parlato, ma qualcosa che riguarda il giudizio del 29 ottobre è successo. Il Parlamento Ue ha bocciato la commissaria designata dal governo sloveno Alenka Bratusek. Così durante il summit di Milano, come d’abitudine, la Merkel ha preso in mano la situazione e girando intorno al tavolone della riunione ha improvvisato qualche bilaterale con i colleghi e soprattutto ha pressato il premier sloveno Miro Cerar affinchè nomini subito un sostituto della Bratusek per evitare ritardi nell’insediamento della Commissione Juncker. Lo stesso ha fatto Renzi. Già, perché se Juncker entrerà in carica il primo novembre avrà influenza politica nella decisione sulla Legge di Stabilità che prenderà Barroso appena due giorni prima. Se invece l’insediamento dovesse slittare, la sua opinione avrebbe meno peso mentre Roma resta speranzosa che un presidente entrante preferisca agire con più cautela verso un grande paese rispetto a quello uscente.
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