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Ma Mediobanca si chiama fuori

Anche se il fondo Atlante è un piano che più “di sistema” non si può, dietro le quinte riaccende una rivalità tra le più tradizionali del capitalismo nostrano. Un tempo si scriveva finanza bianca contro finanza laica: oggi forse è solo che ognuno guarda più ai suoi interessi. Mediobanca, per esempio, s’è chiamata fuori dall’investire un euro dei 4-5 miliardi che il fondo gestito da Quaestio Sgr dovrebbe usare al 70% per colmare le falle delle ricapitalizzazioni di Vicenza e Veneto Banca, e al 30% per comprare selezionati portafogli di insolvenze dalle varie banche. «A Piazzetta Cuccia quando una cosa non la pensano loro si chiamano fuori e la criticano», dice un banchiere concorrente.
Anche la scalata di Urbano Cairo a Rcs, blitz concomitante che Intesa Sanpaolo (primo creditore del
Corriere della Sera)
apertamente appoggia, mentre Mediobanca con pochi crediti ma più azioni nell’editore milanese mal vede, riaccende le ruggini ai due estremi di Piazza Scala. Ruggini vecchie cinquant’anni, sopite negli ultimi ma che in aprile hanno trovato due nuovi appigli. Già settimana scorsa l’ad della banca d’affari Alberto Nagel aveva esposto – nel summit preparatorio di Roma davanti a istituzioni e colleghi – dubbi sull’impianto tecnico di Atlante. E nel fine settimana Mediobanca, con le tesi che non ha sofferenze da apportare al fondo, ma è già molto impegnata sugli aumenti bancari italiani, s’era sfilata. La cosa è stata notata, tra i colleghi banchieri, le Fondazioni e si dice anche al Tesoro. Nagel avrà avuto modo di spiegarsi direttamente con Matteo Renzi, che ha seguito nella missione diplomatica in Iran.
Nel tavolo aperto Mediobanca, anche in virtù del ruolo di advisor della Vicenza, si sarebbe invece impegnata a raccogliere un forte ordine di acquisto per le azioni venete, quando – si dice pochi giorni in ritardo rispetto a lunedì 18 – partirà l’offerta fino a 1,75 miliardi. Sembra che Nagel stia cercando tra gli investitori istituzionali titolari di bond della Vicentina, già molto deprezzati e che verrebbero probabilmente azzerati – si parla di parecchie centinaia di milioni – per «il rischio concreto, in assenza di un intervento di sistema sull’aumento di Vicenza, di una risoluzione e conseguente bail in» (sono le parole della bozza riservata del Progetto Atlante).
Si vedrà. Tra poco anche: mentre i manager vicentini lavorano all’operazione, il sistema Atlante si prepara. Oggi il fondo dovrebbe chiedere alla Bce il permesso a rilevare la maggioranza della Vicentina, nel caso in cui l’inoptato sul mercato fosse elevato e la garanzia offerta da Unicredit non intervenisse. «Un caso estremo», si dice: ma meglio non farsi sorprendere. Anche il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, atteso a Washington al Fondo monetario mercoledì, vorrebbe arrivare negli Usa con l’aumento Vicenza avviato e l’Atlante in piedi. Soprattutto, si dice a Roma, con un nuovo decreto banche che possa accorciare i tempi del recupero crediti in Italia (i 7 anni di media Messina li ha detti ieri «scandalosi») e fors’anche gli indennizzi per i bond delle quattro banche salvate a novembre. Banche che, ha ribadito il loro presidente Roberto Nicastro, saranno vendute «entro l’estate », ottenuta la proroga dall’Ue con cui ci sono «dialoghi estremamente costruttivi» a riguardo.

Andrea Greco

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