Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

M&a, l’Italia perde il treno della ripresa del settore

Si fa un gran parlare di ritorno delle fusioni e acquisizioni in Italia, ma i dati che arrivano dall’ultimo rapporti di Mergermarket raccontano una realtà diversa.

L’analisi relativa al primo semestre del 2014 indica un’effettiva ripresa del settore a livello internazionale, con l’Europa che tocca i massimi degli ultimi sei anni, mentre la Penisola continua ad arrancare.

Non che manchino le operazioni di consolidamento in Italia, ma prevalgono quelle di taglia limitata, niente a che fare con le grandi operazioni condotte tra le due sponde dell’Oceano Atlantico che ridisegnano i vertici di diversi settori dell’economia nella stagione post-crisi.

Questo passo differente tra l’Italia e gli altri paesi ha ricadute dirette sul business degli studi legali nazionali, che difficilmente riescono a intercettare le transazioni cross-boarder e devono perciò accontentarsi di mandati (e, di conseguenza, parcelle) di importo limitato.

I numeri

Le operazioni di m&a annunciate tra gennaio e giugno hanno raggiunto quota 1,571 miliardi di dollari a livello mondiale, il valore più alto dall’inizio della crisi, con un balzo del 56% rispetto allo stesso periodo del 2013 e del 29,8% rispetto al secondo semestre dello scorso anno. L’America del Nord è sempre il Continente dominante in questo mercato, con poco meno di metà delle transazioni totali (694 miliardi di dollari), ma anche l’Europa riprende vigore, salendo del 35% rispetto a dodici mesi prima, a quota 453 miliardi.

Completa il quadro l’Asia, che registra un tasso di crescita del 56%, raggiungendo 286 miliardi. A crescere sono soprattutto le fusioni cross-boarder (+81,9% in un anno a testimonianza di un’economia che si va sempre più globalizzando) e quelle di grande taglia, a cominciare da quella tra Comcast e Time Warner (68,5 miliardi di valore), che ha dato vita al leader statunitense nella tv via cavo. Seguono l’acquisizione di DirecTv da parte di AT&T (65,5 miliardi) e quella di Covidien a opera di Medtronic (46 miliardi).

Negli Usa e in Europa i settori più dinamici sono stati farmaceutica e biotech, mentre in Asia invece hanno dominato le operazioni nel campo energetico e minerario. In crescita risultano anche le operazioni condotte dai fondi di private equity, 602 in termini di quantità e 182,9 miliardi di dollari in valore (il valore più elevato dal 2007 in avanti), con un progresso del 9% nel confronto a dodici mesi, dovuto soprattutto alla spinta dei mercati emergenti.

Dominio degli studi anglosassoni

La classifica degli advisor legali a livello globale vede al vertice Skadden Arps Slate Meagher & Flom (era terzo un anno fa), colosso newyorkese con 4.500 avvocati sparsi in 22 sedi di tutto il mondo, che tra gennaio e giugno ha seguito 99 deal per un valore complessivo di 331,4 miliardi di dollari, tra cui la già citata fusione Comcast-Time Warner. La piazza d’onore spetta a Freshfields Bruckhaus Deringer, attiva in 114 operazioni per un valore di 300,4 miliardi di dollari, mentre il gradino basso del podio è appannaggio di Sullivan & Cromwell, focalizzata soprattutto sulle grandi operazioni (58 quelle seguite per un valore di 275,5 milioni di dollari).

Al quarto posto si piazza Simpson Thacher & Bartlett, davanti a Cleary Gottlieb Steen & Hamilton e Latham & Watkins. Al settimo posto si piazza White & Case, davanti a Weil Gotshal & Manges, con Davis Polk & Wardwell al nono posto (era in testa nella graduatoria relativa al primo semestre 2013) e Blake, Cassels & Graydon a chiudere la top ten.

Bene l’Europa, Italia esclusa

Il vento della ripresa arriva anche in Europa, con tre operazioni delle prime dieci che riguardano il Vecchio Continente e valori ai massimi dal 2008.

L’Italia scivola così su posizioni di rincalzo, assumendo sempre più i contorni di un mercato in cui dominano i deal di taglio piccolo o medio.

La classifica per valore vede prevalere lo studio d’Urso Gatti e Bianchi (5,38 miliardi di dollari), quinto al giro di boa un anno fa, premiato soprattutto per aver affiancato le banche (Bpm, Mps, Intesa Sanpaolo e Unicredit) nella conversione nel capitale della società immobiliare Risanamento di un prestito convertendo da 254,8 miliardi di dollari.

Al secondo posto si piazza Clifford Chance (13esimo a metà del 2013), che ha seguito deal per 5,29 miliardi.

A chiudere il podio è lo studio francese Bredin Prat (88esima un anno fa), che si ferma a 4,78 miliardi. Un risultato comunque straordinario per uno studio che non ha una presenza diretta nella Penisola, ma solo un accordo di collaborazione con Bonelli Erede Pappalardo (quest’ultimo addirittura fuori dalla top 15 dopo una lunga presenza nelle posizioni di vertice).

Le cose vanno solo un po’ meglio per gli altri grandi studi italiani: di d’Urso Gatti e Bianchi si è già detto in merito alla leadership nel primo semestre dell’anno, ma il valore delle operazioni seguite è comunque inferiore del 15,6% rispetto allo stesso periodo del 2013, mentre Chiomenti crolla dal secondo al 14esimo posto, fermandosi a 1,56 miliardi, l’82,9% in meno nell’arco di dodici mesi.

In forte contrazione risulta anche Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners, che passa dal terzo al 15esimo posto, fermandosi a 1,28 miliardi, l’80,7% in meno nell’arco di dodici mesi.

Anche se il mercato legale italiano continua a essere dominato dai grandi studi italiani, questi ultimi non hanno quindi più il dominio del segmento m&a. A maggior ragione per il numero ridotto di aziende della Penisola che agiscono nel ruolo di predatori. Nei casi in cui le nostre imprese sono invece oggetto di offerte d’acquisto, sempre più spesso i board si affidano a consulenti legali internazionali, anche senza presenza diretta in Italia. È il caso di Simpson Thacher & Bartlett, che in un anno ha fatto un balzo dal 41esimo al quarto posto, avendo seguito nel semestre da poco concluso deal per 3,94 miliardi di euro. È invece presente in Italia e cresce sensibilmente (+32,4%) Baker & McKenzie, che ha seguito deal per 3,75 miliardi di dollari ed è passata dal 18esimo al quinto posto in classifica, piazzandosi davanti al terzetto composto da Davis Polk & Wardwell, Skadden Arps Slate Meagher & Flom e Sullivan & Cromwell, che si attestano a quota 3,65 miliardi, avendo seguito l’operazione Comcast-Time Warner.

Il tricolore torna, invece, protagonista nella classifica per numero di deal seguiti, con Chiomenti che conferma la leadership dello scorso anno, ma questa volta in condivisione con Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners (terzo un anno fa): entrambi hanno seguito 16 deal (per il primo studio, l’operazione più importante è stata la cessione de Il Sole 24 Ore Software a Teamsystem, per la seconda la vendita del 40% di Ansaldo Energia da parte del Fondo Strategico italiano a Shanghai Electric), due in più di Nctm e quattro rispetto a d’Urso Gatti.

Potrebbe essere arrivato il momento per raccogliere i risultati di una lunga semina. Questa è la sensazione che si raccoglie dal parere dei consulenti legali in merito alle prospettive dell’m&a nella Penisola. Dopo tanti annunci e auspici, infatti, la sensazione è che molte partite aperte negli scorsi trimestri siano pronte a concludersi. L’andamento incerto dei mercati finanziari non è un ostacolo in tal senso, anzi potrebbe convincere definitivamente alcune aziende a compiere le operazioni su multipli sostenibili.

«Le prospettive per il secondo semestre sono incoraggianti», commenta Claudio Cerabolini, partner di Clifford Chance. «Gli ultimi tre mesi hanno visto un’intensa attività su questo fronte e vi sono diversi dossier aperti, nonché alcune operazioni iniziate verso la fine del mese di giugno, che inevitabilmente potranno essere completate solo dopo l’estate». Cerabolini segnala un interesse diffuso soprattutto da parte degli investitori finanziari e player industriali esteri verso gli investimenti nella Penisola. Clifford Chance ha già seguito in tempi recenti transazioni di questo tipo, ad esempio affiancando Telefonica nell’acquisto dell’11,11% di Mediaset Premium (operazione annunciata a luglio) e il fondo sovrano Mubadala Development Company nell’acquisizione della quota di minoranza di Piaggio Aero Industries da Tata Limited. «La maggior fiducia nelle prospettive del nostro Paese è trasversale», sottolinea Cerabolini. «Rileviamo infatti attività di m&a in svariati settori, come il settore industriale, le tme, le infrastrutture e l’energia, nonché nel real estate. Questo anche in riferimento alle società quotate». L’avvocato ricorda, inoltre, che «l’Italia e i mercati europei in generale sono appetibili per gli investitori esteri anche in quanto ritenuti ‘sicuri’ e ben regolamentati». Anche se a volte la complessità della regolamentazione nazionale (in alcuni settori) «è di difficile comprensione per gli investitori esteri».

Non si discosta di molto l’analisi di Pietro Bernasconi, partner responsabile del dipartimento corporate/m&a Italia di Baker & McKenzie, studio che tra gli altri ha assistito Haworth nell’acquisizione del 58,6% del capitale di Poltrona Frau dai soci Charme Investments (che fa capo a Montezemolo & Partners Sgr) e Moschini cui fa capo: «Nel nostro paese vi sono ancora realtà di eccellenza che necessitano di supporto finanziario a livello di equity e di apertura ai mercati globali», è la premessa dell’avvocato. Che vede spazi di accelerazione del consolidamento «se il sistema-Paese sarà in grado di dare adeguate prospettive di stabilità politica e di riforme». Quanto ai settori più interessanti sotto questo profilo, Bernasconi indica su tutti «il food e la filiera agro-alimentare, oltre alla meccanica e alla tecnologia». Va detto che le fusioni e acquisizioni non sono operazioni semplici e il rischio di arrivare alla conclusione sbagliando alcuni parametri può rivelarsi pericoloso per la valorizzazione successiva dell’investimento. «In primo luogo, soprattutto con investitori esteri di paesi emergenti, c’è una generale problematica di bridge culturale e di lettura delle dinamiche del paese Italia, non sempre di facile comprensione per tali soggetti», sottolinea il partner di Baker & McKenzie. «Per il resto, oltre alle normali problematiche contrattuali nella definizione delle principali clausole contrattuali, rispetto al passato si assiste in generale a una maggior problematicità dei closing, legata sia a temi di disponibilità del financing che alla tendenza dei compratori di far pesare di più il loro ruolo negoziale in vista dell’esecuzione delle operazioni». Questo a maggior ragione in questa fase in cui è il compratore ad avere la maggiore forza contrattuale. La principale sorpresa relativa alla classifica per numero di operazioni arriva da Gattai Minoli & Partners, che conquista il quinto posto, entrando per la prima volta nella top ten a un anno e mezzo dalla sua costituzione. Tra gli altri, lo studio ha seguito nelle scorse settimane Serafino Memmola e Cobra, nell’Opa lanciata da Vodafone su Cobra nella cessione di Cobra Automotive Technologies, oltre al fondo Blackstone nell’ingresso in Versace. «Quanto ai prossimi mesi c’è una pipeline di operazioni molto significativa, a conferma che il mercato dell’m&a sta vivendo una fase di grande espansione», sottolinea Cataldo Piccarretta, partner dello studio. «Crediamo che le operazioni del secondo semestre saranno ancora guidate dai private equity o da portfolio company controllate da questi fondi, mentre non riteniamo siano ancora maturi i tempi per un ritorno in grande stile dell’m&a industriale vero e proprio, ossia da parte di società con azionariato di natura non finanziaria». L’avvocato sottolinea che «l’Italia ha punte di eccellenza in alcuni settori dove realtà industriali sconosciute ai più in realtà presentano risultati interessanti, Ebitda crescenti con possibili efficientamenti/sinergie che le rendono i target ideali anche per investitori stranieri». A favorire la ripresa delle operazioni di consolidamento potrebbero inoltre contribuire i multipli, tornati a livelli interessanti, «spesso più bassi rispetto a quelli applicati all’estero». Quanto ai settori più promettenti in questo ambito, l’avvocato di Gattai Minoli indica, oltre alla moda («un settore che è rimasto vivo anche nei momenti più complicati»), anche il manifatturiero di qualità («nicchie di eccellenza tecnologica»). Secondo Piccarreta, nei mesi a venire «vedremo acquisizioni di maggioranza o totalitarie». Sul fronte dell’acquisition finance, infine, «il rapporto tra debito ed equity dovrebbe rimanere in linea con quanto visto nel primo semestre».

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Sarà un’altra estate con la gatta Mps da pelare. Secondo più interlocutori, l’Unicredit di And...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«La sentenza dice che non è possibile fare discriminazioni e che chi gestisce un sistema operativo...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un nuovo “contratto di rioccupazione” con sgravi contributivi totali di sei mesi per i datori di...

Oggi sulla stampa