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Ma le cancellerie plaudono ai saggi e al governo Monti “Roma rischiava la deriva”

LA NOMINA dei «saggi» è vista come una conferma che l’Italia intende cercare soluzioni alla crisi nell’ambito delle logiche comunitarie. La rinnovata fiducia del Quirinale nel governo dimissionario viene letta come la volontà di mantenere a Roma un interlocutore che Bruxelles considera comunque credibile. Tutte le mosse del Presidente della Repubblica nel week end pasquale sono state prese con gli occhi sull’Italia, ma con il naso in Europa. Un naso attento come sempre a cogliere timori, umori e nervosismi dei nostri partner.
E di questa sensibilità europea c’è gran bisogno. Perché come al solito il mondo romano, tutto preso dalle convulsioni di una crisi politica estremamente complicata, tende a sottovalutare la difficoltà di comprensione dei nostri partner per quel che sta accadendo nel Paese. Una distanza che lascia spazio a timori in parte anche irrazionali, ma comunque gravidi di conseguenze per l’interesse nazionale.
«Prima Monti, poi il Papa, adesso Napolitano: l’Italia a furia di dimissioni anticipate sta staccando gli ormeggi»: la battuta, che circolava in più di una cancelleria europea, deve essere arrivata agli orecchi del Presidente. Certo, razionalmente le dimissioni di Benedetto XVI non c’entrano nulla. Ma questa serie di abbandoni anticipati offrivano l’idea di un Paese in cui, uno dopo l’altro, i pochi interlocutori credibili tendevano a gettare la spugna di fronte alle insormontabili difficoltà di far fronte alle proprie responsabilità. Che gli ostacoli arrivassero da Berlusconi, dalla Curia vaticana o dai neoeletti grillini, in fondo, poco importa. L’immagine è quella di un’Italia che diventa sempre più incomprensibile e ingestibile, e che si lascia a poco a poco sprofondare nel Mediterraneo, tra Cipro, la Grecia e la Spagna.
Non è questo il messaggio che un Paese senza un governo nella pienezza dei poteri, senza una maggioranza politica chiara, senza un ministro degli esteri, e tra poco anche senza un presidente della Repubblica può permettersi di mandare all’Europa o ai mercati. Napolitano lo ha capito ed è corso ai ripari. La nomina delle due commissioni di saggi è un gesto che l’Europa riesce a leggere e a capire in modo molto più chiaro delle dichiarazioni rilasciate dalle delegazioni dei partiti nel corso di consultazioni kafkiane. In fondo sia il Belgio sia l’Olanda si sono già affidati in passato a soluzioni di questo genere. Può darsi che, per gli esperti della politica nostrana, i saggi non aggiungano nulla di costruttivo alla soluzione della crisi. Ma a Bruxelles e nelle capitali questa mossa è interpretata se non altro come una prova della volontà di trovare una via di uscita: cosa di cui molti tra i nostri partner cominciavano non senza ragione a dubitare. E una via d’uscita che sia coerente con gli impegni europei assunti dall’Italia.
Anche la riconferma del governo Monti, «che non è mai stato sfiduciato», è un passo che l’Europa può capire e interpretare in senso positivo. In fondo il Belgio è andato avanti per un anno con un governo dimissionario sopravvissuto alla legislatura precedente. E in quell’anno, con il tacito consenso del Parlamento, è riuscito a raddrizzare i conti pubblici, a rispettare gli impegni comunitari e a ricucire un difficile consenso tra le forze politiche che alla fine ha permesso di superare lo stallo. Del resto l’Europa ci impone scadenze immediate. Entro aprile l’Italia deve presentare, come gli altri, il Pnr, Piano nazionale delle riforme, e il piano di stabilità. Deve cioè indicare come affrontare il recupero di competitività che Bruxelles ci chiede e come assicurare l’equilibrio dei conti pubblici che i mercati esigono. Mentre i partiti discutono, e mentre i saggi esplorano, bisognerà bene che qualcuno si occupi delle cose concrete e cerchi di trovare su questi punti una qualche forma di consenso in Parlamento. L’Europa, giustamente, non ci aspetta. I mercati nemmeno.
Queste considerazioni, se non altro, confermano quanto sia stato lungimirante il Presidente della Repubblica quando, all’indomani delle elezioni, ha stoppato le ambizioni di Monti alla presidenza del Senato. Allora il professore se ne dispiacque. Ma oggi, di fronte alle incombenze europee che ci attendono, solo Monti e la sua squadra, che a Bruxelles lavora con esperienza ormai collaudata, possono cercare di spuntare alcuni risultati essenziali per tutelare l’interesse nazionale: lo sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione, la fine della procedura per deficit eccessivo e la conseguente apertura per consentire all’Italia di utilizzare i margini di manovra per politiche di crescita. La lezione della crisi cipriota, infatti, ha un capitolo che ci riguarda molto da vicino. Se fino a qualche mese fa ci si poteva illudere che l’Europa fosse pronta a salvare l’Italia e gli italiani a condizione di poterci imporre il rispetto di alcune regole, oggi, dopo che Cipro è stata costretta a salvarsi da sola, l’ipotesi di un «deus ex machina» europeo che ci tolga dai pasticci che abbiamo creato, appare più remota. E il salvagente europeo, se mai arrivasse, ci costerebbe comunque molto, ma molto più caro. Meglio, allora, salvarci da soli.

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