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M&a, la campagna francese tiene in vita il mercato italiano

Operazioni di grande impatto mediatico, ma dal valore economico limitato.

Così è andato in archivio il secondo trimestre per quanto concerne le fusioni e acquisizioni in Italia.

Infatti, l’operazione di cui maggiormente si è discusso ha riguardato la cessione della storica pasticceria milanese Cova alla holding francese Lvmh (con Nctm al fianco dei francesi e Chiomenti per la famiglia Faccioli): una transazione dal valore limitato (in mancanza di comunicazioni ufficiali, si parla di 15 milioni di euro) ma che indica una tendenza nell’interesse dei grandi gruppi internazionali per il made in Italy artigianale (peraltro il deal è tutt’altro che Prada, affiancato da Bonelli Erede Pappalardo con Sergio Erede e Stefano Cacchi Pessani, ha impugnato l’operazione chiedendo che le vengano riconosciuti i diritti derivanti dai contratti preliminari che erano stati presi con i Faccioli).

Una tendenza confermata dall’operazione di qualche giorno fa (e che per questo motivo rientra nel terzo trimestre del 2013) relativa all’acquisizione di Loro Piana alla stessa Lvmh.

Il prezzo pagato da Louis Vitton per il brand di abbigliamento in cashmere è di 2 miliardi di euro, un’operazione rilevante che ha fatto contenti anche i consulenti legali, vale a dire Bonelli Erede Pappalardo per i francesi e Chiomenti per il venditore.

Una delle battaglie finanziarie più interessanti degli ultimi mesi ha riguardato il controllo di Impregilo, con un braccio di ferro tra i soci forti Gavio (che da cinque anni guidavano la società attraverso la controllata Igli) e Salini.

Questi ultimi hanno racimolato quote a partire dalla scorsa estate, per poi prevalere nell’assemblea autunnale grazie anche all’appoggio dei fondi esteri azionisti (su tutti Amber). Da quel momento è partito un braccio di ferro legale, con accuse e contestazioni reciproche, fino a quando i Salini ha deciso di lanciare un’opa sul 70,16% di Impregilo, al prezzo di 4 euro per azione, alla quale Gavio alla fine ha deciso di aderire, di fatto dando il via libera alla fusione Salini-Impregilo. Tra i legali, la famiglia Salini ha scelto Bonelli Erede Pappalardo, mentre Impregilo si è affidata a Giliberti Pappalettera Triscornia. Della partita sono stati anche lo studio Gianni Origoni Grippo e White & Case.

I deal cross-boarder dunque tengono a galla il mercato italiano nonostante la crisi, anche se fa specie constatare l’unidirezionalità di queste operazioni, che vedono le realtà italiane sempre nella posizione di preda. Il ragionamento va esteso al ruolo e al potere assunto dai grandi studi italiani, che secondo l’ultimo report di Mergermarket dominano la classifica delle fusioni e acquisizioni nella Penisola relativa al primo semestre, con Gianni Origoni Grippo Capelli & Partners che precede Bonelli Erede Pappalardo e Chiomenti, ma spariscono dai radar quando si passa a considerare le operazioni più rilevanti a livello internazionali. Una concentrazione sul mercato interno che non costituisce un buon viatico considerato la debolezza persistente dell’economia italiana.

L’m&a paga pegno alla crisi

A dire il vero, la situazione non è brillante nemmeno a livello internazionale.

Dal report di Mergermarket emerge che il periodo aprile-giugno ha fatto registrare qualche segnale di risveglio dopo un inizio d’anno fortemente negativo (con operazioni annunciate per un valore stimato in 472 miliardi di dollari, vale a dire il 10,6% rispetto al primo trimestre), anche se non è stato sufficiente a portare in positivo, o quanto meno in pari, il bilancio dei primi sei mesi, che al contrario segna una contrazione nell’ordine del 12%.

L’anello debole continua a essere l’Europa, che ha fatto segnare un nuovo minimo da tre anni a questa parte, e anche nella prospettiva a breve termine non sembra fornire indicazioni di una ripresa in arrivo.

Tornando al consuntivo del primo semestre, sono risultate in frenata (-19,8%) soprattutto le operazioni cross-boarder, che probabilmente hanno risentito anche dell’incertezza legata alla guerra valutaria, che ha spiazzato molti operatori del business, spingendoli a congelare progetti di aggregazione già avviati.

Confermando un trend già emerso nel passato, il settore merceologico più rilevante dal punto di vista delle aggregazioni durante il primo semestre risulta essere l’energy&mining (20,2% del mercato), seguito dal Tmt con il 18,4% e dal consumer con il 14,4%.

Nuovo podio per gli studi legali

Il primato tra gli advisor legali nel primo semestre va a Davis Polk & Wardwell, che fa un balzo notevole rispetto al 16esimo posto registrato tra gennaio e giugno del 2012. Lo studio newyorkese, composto da 800 avvocati e definito da Chamber come «La tiffany delle law-firm», ha seguito 52 operazioni, concentrandosi quasi esclusivamente su quelle di grossa taglia, tanto che il valore complessivo dei deal ammonta a 140,7 miliardi di dollari.

Tra le altre, ha seguito l’operazione più importante del periodo, che ha visto la Berkshire Hathaway del finanziere statunitense Warren Buffett acquisire, e in alleanza con la brasiliana 3G Capital (alla quale fa capo anche Burger King) la Heinz, celebre azienda di ketchup, che in Italia controlla anche Plasmon. Un’operazione da 27,3 miliardi di dollari che ha visto intervenire dal lato dei compratori Freshfields Bruckhaus Deringer, Kirkland & Ellis e Munger Tolles & Olson, mentre per i venditori, oltre alla già citata Davis Polk & Wardwell, anche Wachtell Lipton Rosen& Katz, Advising FA, O’Melveny & Myers, Willkie Farr & Gallagher e Sullivan & Cromwell.

Il posto d’onore della classifica mondiale spetta a Latham & Watkins, con 111 operazioni seguite per un valore di 114,9 miliardi di dollari, tra cui spicca il secondo deal per valore a livello mondiale, l’acquisizione di Virgin Media da parte di Liberty Global per 25 miliardi di dollari. Lo studio Latham & Watkins, che da marzo è guidato da Antonio Coletti, nuovo Office Managing Partner, ha fatto parte del pool di consulenti legali che ha affiancato il compratore, con Hogan Lovells, Ropes & Gray, Shearman & Sterling, Advising FA e O’Melveny & Myers. Mentre il venditore si è affidato a Fried Frank Harris Shriver & Jacobson, Milbank Tweed Hadley & McCloy, Advising FA e Cravath, Swaine & Moore.

Tornando al ranking degli studi legali, il gradino basso del podio va a Skadden Arps Slate Meagher & Flom, che conferma la posizione di un anno prima, frutto di 84 operazioni seguite per un valore di 98,7 miliardi di dollari.

A seguire ci sono Wachtell, Lipton, Rosen & Katz (28 deal per un valore di 28,5 miliardi), Freshfields Bruckhaus Deringer, White & Case e Linklaters.

In Italia il podio è tricolore: Gop è primo

Assenti nella classifica mondiale, così come in quella europea, i grandi studi italiani sono protagonisti tra le mura domestiche, confermando potenzialità (controllo del territorio, capacità di mantenere relazioni di alto profilo, difendendosi così dalla crescente concorrenza internazionale) e limiti (forte dipendenza dall’andamento congiunturale e incapacità di affermarsi oltreconfine, proprio mentre molte aziende della Penisola cercano all’estero spazi di crescita per ovviare alla recessione interna) già emerse nelle precedenti rilevazioni.

Il primato va a Gianni Origoni Grippo Capelli & Partners (era secondo un anno fa), che ha seguito nove deal nel corso del primo semestre per un valore di 10,37 miliardi di dollari, un valore superiore di oltre un terzo a quanto fatto registrare dallo studio di Francesco Gianni un anno fa.

La piazza d’onore spetta a Bonelli Erede Pappalardo (quarto nel primo semestre 2012) con dieci operazioni seguite per 8,5 miliardi in valore, il 14% in più in un anno, mentre a chiudere il podio è Chiomenti (era ottavo) con 17 deal e 7,35 miliardi di valore.

Fa un balzo dal dodicesimo al quarto posto Linklaters che ha seguito sei deal da 6,63 miliardi di dollari, mentre d’Urso Gatti Bianchi va in controtendenza passando dalla prima alla quinta posizione, con 14 deal per 6,38 miliardi.

Latham & Watkins si piazza al sesto posto (era 28esimo nel primo semestre 2012), mentre Herbert Smith Freehills è settimo, con un balzo notevole rispetto alla 112esima posizione di un anno prima, frutto soprattutto del lavoro di consulenza nell’operazione che ha portato China National Petroleum Corporation ad acquisire il 28,6% di Eni East Africa (tra gli studi coinvolti, anche Gop).

La top ten degli studi attivi nell’m&a italiano è completata da Legance Studio Legale Associato (dal 30esimo all’ottavo posto), studio di recente guidato dal managing partner Alberto Maggi, Studio Carbonetti (era fuori classifica) e Freshfields Bruckhaus Deringer (in calo dalla terza posizione).

La «new entry» Gattai Minoli e Partners si piazza al decimo posto per numero di operazioni (5 deal), un passo sotto Nctm.

L’unica operazione di rilievo internazionale che ha visto protagonista l’Italia nel primo semestre è stata la fusione tra Atlantia e Gemina, per un valore di poco inferiore ai 4 miliardi di dollari. Gli studi coinvolti in questa operazioni sono gli stessi che hanno dominato la graduatoria nazionale, da Gop a d’Urso Gatti, a Bep, da Chiomenti a Legance, a Carbonetti.

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