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Ma il crollo dell’oro nero penalizza gli emergenti e minaccia la ripresa

C’è chi festeggia: il consumatore americano. E c’è chi trema: quasi tutti gli altri. Il calo del petrolio, a una tale velocità da diventare una rotta (meno 40% dall’inizio dell’anno), ha effetti divaricanti sull’economia mondiale. Negli Stati Uniti equivale al primo sostanzioso aumento delle retribuzioni. Bloccate da anni, le buste paga degli americani diventano più ricche ogni volta che si fa il pieno di benzina: ai prezzi attuali il risparmio è fra i 380 e i 750 dollari all’anno, non indifferente nel bilancio della famiglia media. Il risultato si vede nei consumi Usa che riprendono a salire: le vendite al dettaglio sono salite dello 0,7% a novembre rilancio l’euforia a Wall Street.

Tutt’altra musica si sente nel resto del mondo. Due banche centrali di paesi produttori di petrolio e gas, la russa e la norvegese, sono dovute scendere in campo per tentare di arginare il disastro. Lo hanno fatto con due mosse divergenti. Mosca ha alzato i tassi sperando di frenare il tracollo del rublo. La Norvegia ha ridotto il costo del denaro per rianimare una crescita frenata dall’ammanco di entrate energetiche. Gli effetti della caduta dei prezzi energetici si riverberano nel mondo intero, e vanno ben al di là della semplice distinzione fra paesi consumatori (che ci guadagnano) e produttori (danneggiati). Quasi tutte le economie emergenti stanno soffrendo. Non solo Russia, Nigeria o Messico, ma anche certi paesi che dovrebbero essere agevolati in quanto importatori netti, come la Turchia e il Sudafrica, sono nella tempesta. La ragione è il contagio tra valute e mercati dei bond.
Gli investitori si stanno disaffezionando da tutto ciò che è “emergente”. La Cina rallenta, probabilmente crescerà “solo” del 7%, e questo significa che tutti i produttori di materie prime — anche minerali o agricole — vedono indebolirsi il loro mercato di sbocco più importante. Il contagio dunque si allarga oltre l’area Opec, coinvolge tutto l’emisfero Sud. Si teme una nuova crisi finanziaria, stavolta con epicentro nei Brics e altri emergenti. Sarebbe la ripetizione di uno scenario già visto in passato, e la chiave di volta oltre al petrolio è il ruolo del dollaro. Tutte le grandi turbolenze delle economie emergenti negli anni Novanta (il crac di Argentina e Messico, la crisi del sud-est asiatico, la bancarotta della Russia) avvennero quando il dollaro si rafforzava. Con una valuta Usa troppo forte quei paesi faticano a rimborsare i propri debiti, spesso contratti in dollari. Negli anni Novanta l’anello debole erano i debiti pubblici, oggi invece sono i debiti privati: le multinazionali dei paesi emergenti si sono indebitate molto facilmente con emissioni di bond negli anni di boom. Ora gli investitori temono che quei debiti sianoinsostenibili.
La vendita di quei “corporate” bond e “junk” bond ha messo in moto il classico effettodomino: fughe di capitali dai paesi emergenti, che si riversano su valute più sicure, e così facendo alimentano un circolo vizioso di rivalutazione del dollaro. Il paniere di tutte le valute dei paesi emergenti è ricaduto ai livelli di 14 anni fa rispetto al dollaro. Il real brasiliano solo negli ultimi tre mesi ha perso il 17% sul dollaro, il rublo è sceso del 50%. Anche negli Stati Uniti non tutti sono dalla parte dei beneficiati per il calo del petrolio: i colossi energetici stanno rivedendo i loro piani d’investimento, i giacimenti più costosi di “shale gas” diventano poco remunerativi. Ma per l’America l’interrogativo riguarda soprattutto la tenuta dell’economia globale. Non è detto che il motore della crescita possa andare avanti “con un solo cilindro”, mentre tutti gli altri sono fermi: inclusa l’eurozona, che dal petrolio debole è avvantaggiata, ma non abbastanza per ovviare agli altri freni alla sua crescita che sono le politiche di bilancio.
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