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“Ma gli investimenti reali saranno molti meno”

«È totalmente irrealistico il rapporto di uno a quindici indicato come leverage. Nelle condizioni attuali questo ratio non può essere superiore, se va bene, a uno a cinque». Guntram Wolff, economista dell’università di Bonn, già consulente dell’Fmi e dal 2013 direttore del Bruegel Institute di Bruxelles, gela sul nascere qualsiasi eventuale entusiasmo sul piano Juncker. «Basare un progetto così ambizioso e di tale visibilità sul meccanismo delle “leve” finanziarie senza offrire a supporto alcuna certezza, mi sembra quasi disonesto. Diciamo la verità: è un esercizio da laboratorio, tutt’al più un’ipotesi di lavoro».
Perché escludere che i privati si inseriscano nell’iniziativa con i loro capitali, la famosa “leva”, e inneschino un circuito virtuoso di investimenti?
«Sarei il primo a esserne felice perché sono convinto che l’Europa abbia bisogno di una politica di espansione. Ma nelle condizioni attuali è difficile che i privati si gettino in massa nella costruzione di infrastrutture che dovrebbero sostenere un’economia stagnante, a fronte di garanzie così indefinite e comunque insufficienti. C’è il pericolo di costruire autostrade dove nessuno passa, e allora chi ripaga l’impegno? Nei periodi di crescita gli investimenti arrivano ugualmente, in recessione sono difficili qualsiasi sia il progetto di appoggio chiamato a sostenerli. E qui il progetto è debolissimo. Non basta garantire contro la “first loss” come dice Juncker, perché oltre alla prima perdita rischia di esserci la seconda, e la terza…» Però se smantelliamo il principio della “leva” abbiamo finito di parlare: su di esso, cioè sull’adesione dei privati, si basa l’intero progetto. Vuol dire che non se ne farà niente?
«Diciamo che si ridurranno i costi di alcuni investimenti, e qualche sporadico caso di convenienza ci sarà. Però, come dicevo, al massimo si moltiplicherà per cinque la cifra sul tappeto, i 20 miliardi di contributo Ue. Fanno 100 miliardi e non 300 e più come si dice, e 100 miliardi sono pochi per battere una crisi come l’attuale. Senza contare che prevedo dissidi a non finire per l’attribuzione dei fondi visto che negli uffici della commissione sono arrivati progetti per mille miliardi e oltre. Ma c’è ancora un altro punto debole, anch’esso importantissimo: non è chiaro a quale livello avverrebbe lo “sgravio” dai calcoli del deficit e del debito: quando uno Stato contribuisce al fondo? Quando in virtù del fondo si avvia qualche pro- getto? Oppure solo quando si concedono le garanzie?» Se è per questo, a proposito del nuovo “veicolo” finanziario, appunto il fondo per gli interventi, non è stato neanche chiarito il termine di volontarietà per il contributo ad esso…
«Già. E c’è un paradosso: gli Stati possono rinunciare a determinati fondi strutturali non ancora erogati, per “girarli” al nuovo fondo. Senza però la certezza che poi il fondo stesso investirà nel loro Paese. Chi oserà sfidare gli euroscettici aderendo a un’operazione così potenzialmente autolesionista?»
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