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L’utile netto dell’industria crolla del 38%

È stagnante la situazione dei gruppi industriali quotati in Borsa al termine del 2014. Il margine operativo netto (Mon o Ebit) in rapporto al fatturato dell’aggregato manifatturiero appare sostanzialmente invariato rispetto alla fine del 2013, mentre negli ultimi due trimestri assume un profilo addirittura piatto. Lo stesso margine è invece in diminuzione per le imprese dei servizi e per quelle dell’energia, il cui andamento è tuttora, in entrambi i casi, di tipo recessivo .
La perdita media di profittabilità, per i ventiquattro gruppi dell’indice Top Industria, è significativa: -5% il Mon, -8% il risultato prima delle operazioni straordinarie e delle imposte e -38% il risultato netto d’esercizio. Il Roe, cioè la redditività del patrimonio netto, crolla dal 9% al 5 per cento.
Cresce di un misero 0,3% il fatturato aggregato, ma è una rondine che non fa primavera anche perché, in un numero crescente di casi, la maggior parte del giro d’affari aziendale è realizzata all’estero. Il gruppo Exor, che consolida Fiat Chrysler Automobiles (Fca), è l’esempio più eclatante di questa tendenza: il 92,5% dei suoi 122 miliardi di ricavi è generato fuori dell’Italia, con il contributo determinante delle due Americhe; l’apporto di Fca al pil nazionale è, a livello di fatturato, di appena 9 miliardi; ed è occupata all’estero la stragrande maggioranza dei suoi addetti, 293mila su 319mila. Analogo il caso di Eni, che pure è un gruppo a controllo statale: proviene dall’estero il 73% dei ricavi del “cane a sei zampe”, 80 miliardi di euro su 110, ed è occupata in paesi diversi dall’Italia la maggior parte dei suoi addetti, 58mila su 84mila.
La quota di fatturato estero è rilevante anche per Enel (45 miliardi su 74) e per Finmeccanica (12 miliardi su 15), anch’esse a controllo pubblico. È concentrata sul mercato nazionale, con 14 miliardi di fatturato su 21, Telecom Italia, che ha in patria anche la maggior parte dei dipendenti (53mila su 66mila). Pure Finmeccanica ha il grosso degli addetti in Italia (34mila su 54mila), al contrario di Enel, che ne ha 36mila all’estero su un totale di 69mila.
Questi dati ci dicono che una parte sempre più consistente del valore aggiunto dell’industria italiana va ad accrescere il pil di altri paesi. È il prezzo che l’Italia paga non solo per la globalizzazione dell’economia, ma anche per la ristrettezza della sua base produttiva dovuta sia al più basso reddito pro-capite nazionale rispetto a quello dei paesi suoi concorrenti, sia soprattutto a un regime fiscale vessatorio che comprime la domanda interna di beni e servizi, penalizzando la ripresa.
Registrano un calo a due cifre del margine operativo netto Prysmian (-39%), Tod’s (-22%), World Duty Free (-20%), Eni (-17%) e Telecom Italia (-13%), che comunque mantiene un rapporto ancora alto tra Mon e fatturato (del 21%).
L’indebitamento finanziario del Top Industria, in rapporto al patrimonio netto, scende in media di quasi un punto e mezzo rispetto al 2013, ma l’esposizione di gruppi come Terna, Exor, World Duty Free, Snam, Autogrill, Atlantia, Telecom, Finmeccanica, A2A, Prysmian ed Enel continua ad essere più o meno rilevante (vedi tabella in alto al centro). Il maggiore aumento debitorio in valore assoluto è quello di Exor: +6,6 miliardi per l’estinzione anticipata del finanziamento non garantito verso Veba Trust.
I gruppi del campione tendono generalmente a smarcarsi dal credito bancario, in modo particolare Enel ed Eni, i cui debiti finanziari di medio-lungo periodo sono ormai costituiti al 68% da emissioni obbligazionionarie e solo al 18% da finanziamenti bancari. L’altra faccia della medaglia sono le piccole e medie imprese e le aziende artigiane, che rappresentano l’ossatura produttiva del paese e che, non potendo di fatto accedere al mercato dei bond, tranne rari casi, sono portate ad accrescere la dipendenza dalle banche proprio mentre le banche stringono i cordoni del credito, riducendo gli impieghi di denaro.
Un fenomeno sempre più diffuso tra le imprese del Top Industria è l’aumento della liquidità (cassa, banche e titoli) anche a fronte di debiti finanziari totali elevati. È ancora una volta eclatante il caso di Exor che, con un’esposizione di 60 miliardi, può permettersi una disponibilità liquida di 29 miliardi. Non è da meno Pirelli: 1,1 miliardi liquidi contro 2,3 di debiti. La liquidità di Luxottica (quasi 1,5 miliardi) è pari al 59% dei suoi debiti (quasi 2,5 miliardi), e quella di STMicroelectronics raggiunge addirittura il 112%: 1,7 miliardi contro quasi 1,5 di debiti finanziari.
Anche se i bilanci sono scarsi di informazioni sul rendimento di questa liquidità (cresciuta a livello aggregato dell’11% rispetto al 2013), la compresenza di ingenti disponibilità e di altrettanto ingenti debiti porta a ritenere che si sia di fronte a un processo di finanziarizzazione della gestione aziendale.
Subiscono un forte peggioramento gli oneri straordinari del Top Industria, che passano da +954 milioni a -9 miliardi nel 2014. Diverse le cause: una svalutazione di cespisti per 6,4 miliardi da parte di Enel e il venir meno sia nel bilancio di Eni che in quello di Exor delle enormi plusvalenze realizzate nel 2013, da entrambi i gruppi, con la vendita parziale o totale di società partecipate. Ed è proprio l’impennata degli oneri straordinari a provocare la contrazione dell’utile aggregato a 9 miliardi, contro i 15 dell’anno precedente.
La caduta dei profitti del Top Industria, ad esclusione di Eni, è peraltro mitigata dalla diminuzione del tax rate (l’incidenza delle imposte sul risultato netto), che cala dal 28% al 20 per cento. La riduzione è significativa soprattutto per Enel, che vede diminuire le imposte di 3,2 miliardi anche per effetto di un credito fiscale di 1,4 miliardi, e per Eni (-2,5 miliardi). Eni ottiene un provento d’imposta di 850 milioni grazie alla definizione con l’autorità fiscale italiana della cosiddetta Lybian tax, l’addizionale Ires del 4% prevista con la legge 7 del 2009. Aumenta invece di 1,3 miliardi la tassazione del gruppo Exor, che nel 2013 aveva contabilizzato per la controllata Chrysler imposte differite attive.

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