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L’uso del marchio salva l’operatività

Evita il regime di comodo la società i cui ricavi sono costituiti da royalties versate dalla controllante
Non deve sottostare alle penalizzazioni della disciplina degli enti non operativi la società con ricavi integralmente costituiti da proventi per utilizzo del marchio, sulla base di un contratto stipulato con la società controllante. Anche se tali profitti sono inferiori a quelli necessari per superare le soglie previste dall’articolo 30 della legge 724/94, di fatto la situazione è estranea alla sfera di volontà della società stessa: il caso ricade pertanto nell’ambito delle «oggettive situazioni» previste come esimenti dal comma 4-bis. È la conclusione della Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna, con la sentenza 2655/12/2016 (presidente Mancini, relatore Labanti).
La società ricorrente contestava l’avviso di accertamento mettendo in evidenza, tra l’altro, l’impossibilità «oggettiva» di ottenere maggiori ricavi, dal momento che le caratteristiche del mercato di riferimento non avrebbero economicamente permesso alla controllante di riconoscere royalties maggiori.
L’ufficio, invece, sosteneva che la società, al fine di provare l’esistenza di situazioni oggettive che avrebbero reso impossibile il raggiungimento delle soglie di operatività, avrebbe dovuto dimostrare la congruità delle royalties pattuite. Inoltre la «commistione di interessi» esistente tra le parti del contratto di licenza impediva di stabilire se il corrispettivo pattuito per lo sfruttamento del marchio fosse il frutto di una reale contrattazione, diversamente da quanto sarebbe accaduto se il marchio fosse stato concesso in licenza a un terzo.
La commissione emiliana ha rigettato questa tesi, ponendo in particolare l’accento su due elementi ritenuti decisivi:
la circostanza che la società fosse interamente controllata rende poco incisiva, nel caso di specie, la disciplina delle società di comodo, poiché un eventuale adeguamento del contratto in modo da garantire il superamento dei parametri minimi di legge per i ricavi della controllata avrebbe determinato, simmetricamente, maggiori costi per la controllante, con contestuale riduzione del suo reddito imponibile;
anche una norma presuntiva relativa, quale quella che disciplina gli enti non operativi, deve comunque essere costituzionalmente orientata, non potendo imporre l’assoggettamento del contribuente a una imposizione fiscale superiore a quella derivante dall’effettivo reddito prodotto, in violazione del principio di capacità contributiva di cui all’articolo 53 della Costituzione.
Su quest’ultimo punto, le parole della sentenza in commento richiamano quanto affermato dalla Corte di cassazione (sentenza 18983/2007), in cui si legge che «il principio della flessibilità degli strumenti presuntivi trova origine e fondamento nell’articolo 53 della Costituzione, non potendosi ammettere che il reddito venga determinato in maniera automatica a prescindere dalla capacità contributiva del soggetto sottoposto a verifica».
In linea generale, la giurisprudenza di merito e di legittimità si dimostra abbastanza “scettica” sull’efficacia della presunzione posta dalla condizione di non operatività.

Giorgio Gavelli

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