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«Dopo l’uscita di UniCredit dal capitale Fineco è più libera di muoversi»

«No, non avere più alle spalle un’azionista forte come UniCredit non è un problema, anzi è un’opportunità perché siamo più liberi di muoverci. Certo, all’inizio il cambio di scenario può spaventare: per usare una metafora, è un po’ come quando sei in alta montagna, esci da un rifugio all’alba e hai paura del freddo e del vento. Poi però poi ti senti vivo, forte e anche più libero di affrontare l’ascesa che hai davanti».

Alessandro Foti, 59 anni, è alla guida di FinecoBank praticamente dal suo varo, datato 1999. All’epoca, mentre le banche tradizionali erano ancora ferme agli assegni e puntavano sugli sportelli fisici, Fineco lanciava il primo servizio retail di trading online e il primo conto deposito remunerato. Da allora molte cose sono cambiate. Da promessa della New Economy di inizio anni 2000, Fineco si è trasformata in uno dei più importanti player bancari italiani, con 1,3 milioni di clienti e attività che vanno dal private banking al credito, dal trading all’investimento, dal brokeraggio (in cui è leader in Europa) alla consulenza finanziaria tramite la sua rete di consulenti finanziari.

Dopo 10 anni di controllo ininterrotto da parte di UniCredit, nei mesi scorsi avviene il colpo di scena: il ceo Jean Pierre Mustier vende a sorpresa la sua partecipazione cedendo sul mercato il pacchetto di controllo pari al 35%. In due atti (a maggio e luglio), la banca di piazza Gae Aulenti si disfa della sua controllata per 2,1 miliardi circa.

Oggi FinecoBank è dunque a tutti gli effetti una public company. Con tutti i pro e i contro del caso. Che vuol dire essere liberi e flessibili. Ma anche contendibili. Tanto che, sul mercato, si guarda ora all’istituto guidato da Foti come a una potenziale preda, benché i prezzi oggi la rendano particolarmente costosa. Con una capitalizzazione di 6,7 miliardi di euro, Fineco vale 26 volte gli utili attesi, un rapporto che nessun altro titolo finanziario può registrare.

Partiamo dall’inizio: che cosa è ca mbiato per voi dopo la vendita di UniCredit?

Essere fuori dal gruppo UniCredit genera una serie di dividendi: la società ora ha un flottante pari al 100%. Ciò dà al titolo una liquidità più ampia, e questo è un elemento importante che ci rende ancor più interessante agli occhi dei gestori di large cap: non è un caso che negli ultimi mesi i volumi sul titolo siano raddoppiati. Un altro dividendo è rappresentato dal fatto che la banca guadagna parecchio in termini di agilità e nel time to market.

UniCredit era un socio ingombrante?

UniCredit è sempre stato un azionista garbato e rispettoso, ci ha garantito libertà operativa e di questo gli siamo grati. Di certo uscire dal raggio di controllo tuttavia è meglio. Ora siamo più liberi di progettare e di guardare al domani. Siamo una public company: in Italia esserlo è ancora un’eccezione, e questo solleva perplessità, ma all’estero è la norma.

Avere un azionista di peso tuttavia può essere importante, anche per dare stabilità alla governance.

Al momento i primi 25 soci controllano il 60% dell’azienda. Si tratta di fondi di investimento, che valutano le nostre performance e decidono cosa fare. Più siamo coerenti tra le promesse che facciamo e i risultati che otteniamo, più l’azionista è contento di stare con noi. Il nostro compito è quello di creare le condizioni perché l’azionista sia stabile, ed è ciò che stiamo facendo.

Non teme che, proprio perché performate bene e non avete alle spalle un azionista di peso, possiate diventare oggetto di una scalata ostile? Sul mercato si parla da qualche tempo di soggetti potenzialmente interessati, da Mediobanca a Mediolanum.

Non commento le indiscrezioni ma posso dire che non c’è stata alcuna avance formale. In ogni caso, il mercato fa quello che deve fare, e noi non abbiamo bisogno di difenderci. Abbiamo piuttosto voglia di concentrarci sempre di più sul nostro business, che è profittevole e sostenibile nel tempo. L’azionista vuole questo: ritorni importanti e sostenibili nel tempo. Non smetteremo.

Gli utili e i ricavi di Fineco continuano a crescere. Quanto è sostenibile questo trend in prospettiva?

Credo che per noi le prospettive rimangano molto positive. Abbiamo un modello di business contrassegnato da un’anima profondamente tecnologica eppure riusciamo ad essere vicini al cliente. Questo ci permette di godere dei trend strutturali del settore. In primis la progressiva digitalizzazione del paese, che sposta il razionale dalla banca di prossimità a una banca premiata per la qualità del servizio; in secondo luogo, il nostro paese è seduto su una montagna di liquidità, oltre 1.500 miliardi di euro, e questo farà emergere sempre più la necessità di una consulenza a scapito di un sistema bancario tradizionale basato sulla vendita; il terzo trend è la ristrutturazione del cluster bancario: in un quadro in cui le grandi banche risparmiano e tagliano i costi, noi invece possiamo investire, non a caso aumentiamo i costi, ma per fortuna i ricavi crescono di più e infatti il cost/income scende.

Non teme la concorrenza, anche in prospettiva, delle altre banche dirette?

La concorrenza di banche dirette da sempre esiste, non è una novità. I clienti però ci scelgono per la qualità del servizio e il modello di business: sappiamo fare questo e dobbiamo farlo sempre meglio. Il nostro vantaggio è quello di avere un’anima tecnologica importante, siamo una banca ma a tutti gli effetti anche una Fintech, con un nostro sistema proprietario, che possiamo esportare all’estero. Lo stiamo facendo in Uk dove intendiamo crescere ma non escludiamo di guardare anche altrove.

Ha sempre detto che non siete interessati a crescere tramite acquisizioni. È sempre così?

Non ne abbiamo bisogno. Ogni anno registriamo flussi netti di masse positivi per circa 5-6 miliardi. È come se facessimo ogni anno un’acqusizione di una banca medio-piccola.

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