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L’uscita dal Qe dipenderà dall’euro

La Banca centrale europea si prepara a decidere nella sua prossima riunione a fine ottobre le modalità di riduzione, a partire da gennaio, dello stimolo monetario con il quale sostiene l’economia dell’eurozona. L’apprezzamento dell’euro, che ieri ha chiuso sopra quota 1,20 dollari, preoccupa il consiglio e sarà un fattore importante nelle decisioni, ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, ma non dovrebbe impedire i piani della banca.
«La recente volatilità del cambio – ha detto Draghi – rappresenta una fonte di incertezza che richiede un monitoraggio delle possibili implicazioni per le prospettive a medio termine della stabilità dei prezzi». Per ora, l’impatto dell’euro forte, secondo le nuove previsioni macroeconomiche dello staff della Bce, diffuse ieri, è di una riduzione dello 0,1% dell’inflazione nei prossimi due anni. Gli economisti della banca hanno anche aggiustato sensibilmente al rialzo le stime di crescita per quest’anno, dall’1,9% di giugno al 2,2%, il ritmo più sostenuto dal 2007. Alla Bce attribuiscono soprattutto alla revisione delle previsioni di crescita il nuovo rialzo dell’euro nella giornata di ieri e più in generale all’andamento dell’economia migliore del previsto buona parte dell’apprezzamento di questi mesi. L’andamento del cambio si giustifica anche con la debolezza del dollaro, a causa delle incertezze sulle politiche dell’amministrazione Trump.
Se a luglio, come è emerso dal resoconto della riunione, il consiglio aveva espresso preoccupazione per l’euro forte, ieri questo è stato ribadito dalla maggior parte dei partecipanti alla riunione, ha detto Draghi, indicando che il futuro andamento del cambio avrà un peso nelle decisioni di ottobre, ma non ha precisato nessuna azione da parte della Bce. Un modo per segnalare cautela sulla via d’uscita dallo stimolo monetario, che procederà gradualmente: il banchiere centrale ha parlato di «calibrare» gli strumenti. Ieri c’è stata una discussione «molto, molto preliminare» sulle varie opzioni in termini di durata e dimensioni degli acquisti mensili di titoli da gennaio in poi (fino a dicembre, la Bce ha confermato che continuerà con 60 miliardi di euro al mese), il cosiddetto tapering del Qe. Draghi si è lasciato una porta aperta a un eventuale annuncio successivo, se dovessero verificarsi circostanze impreviste, ma per ora la data è quella del consiglio del 26 ottobre, con la possibilità che alcuni dettagli tecnici vengano precisati a dicembre. Ancora una volta, il presidente della Bce ha tenuto ad affermare che ogni modifica dei tassi d’interesse avverrà solo ben dopo la fine degli acquisti di titoli, quindi, secondo la maggioranza degli osservatori di mercato, non prima di fine 2018 o nel 2019. Un altro punto su cui Draghi è stato molto fermo è il limite legale del 33% dei titoli di un singolo emittente, un tetto che la Bce non intende superare. Quanto alla suddivisione degli acquisti a seconda del peso dei Paesi nel capitale della Bce, ha riconosciuto che ci sono stati spostamenti dalle percentuali e che la banca continuerà a utilizzare la flessibilità già esistente nel programma, ma ha invitato a non leggere troppo in questo.
Il banchiere centrale italiano ha ammesso che, per effetto del rialzo dell’euro, c’è stata «senza dubbio» una restrizione delle condizioni finanziarie, ma queste rimangono favorevoli e in supporto all’economia.
Molti economisti di mercato ritengono che la Bce sarà costretta ad annunciare una modifica del Qe anche a causa della scarsità di titoli da acquistare, soprattutto di alcuni Paesi, ma Draghi ancora una volta ha escluso questa ipotesi.
In risposta a una domanda, il capo della Bce ha respinto nettamente l’ipotesi della creazione di una moneta digitale, allo studio da parte dell’Estonia. «Nessun Paese – ha detto – può introdurre la propria moneta. La valuta dell’eurozona è l’euro». Le cosiddette criptovalute sono di recente venute all’attenzione delle banche centrali, che le vedono con sospetto. Sempre attento a non lasciarsi coinvolgere nel dibattito politico italiano, Draghi non ha voluto invece commentare sull’ipotesi dell’introduzione di una «moneta fiscale» o di una moneta parallela, ventilata in Italia.

Alessandro Merli

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