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L’uomo che salvò l’euro “Per rilanciare l’economia non bastano i sussidi”

Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza». Se qualcuno in queste ore è alla ricerca di un programma di governo di Mario Draghi farà bene a rileggere con attenzione il suo discorso pronunciato il 18 agosto al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini. È il suo primo intervento pubblico in Italia dopo che nell’ottobre 2019 ha terminato otto anni alla presidenza della Banca centrale europea che lo hanno consacrato come uno dei protagonisti della politica – non solo monetaria – globale del nostro tempo. E all’inizio dell’anno il mondo intero è entrato nell’incubo del coronavirus. «I sussidi non bastano – avverte allora Draghi – . Ai giovani bisogna dare di più».
Si scrive Mario Draghi, del resto, e si legge situazione d’emergenza. Non è la prima volta che il professore di economia diventato banchiere centrale, formato tra i gesuiti del Collegio Massimo di Roma, le lezioni di Federico Caffè alla Sapienza e il Mit di Boston, si trova ad affrontare una situazione che appare senza via d’uscita. Anzi, per la precisione, ad essere l’uomo che quella situazione deve possibilmente risolvere, e con molti occhi puntati addosso.
Succede nel 2005, quando Draghi con già importanti esperienze alla Banca mondiale e poi come direttore generale del Tesoro, anche con Carlo Azeglio Ciampi, viene scelto per subentrare ad Antonio Fazio al vertice di una Banca d’Italia schiantata dagli scandali delle scalate bancarie benedette dal governatore uscente e dei “furbetti del quartierino”. Avviene nel luglio 2012 quando da presidente della Banca centrale europea pronuncia l’ormai famoso «Whatever it takes », «Qualsiasi cosa ci voglia», che suona come la sfida finale contro le forze della speculazione che scommettono contro l’euro e l’economia europea. Succede anche nel 2014, il famoso discorso all’incontro di Jackson Hole, in cui preannuncia l’arrivo del “bazooka”, l’arma di politica monetaria non convenzionale che si tradurrà nel Quantitative easing e nell’acquisto di titoli di Stato della zona euro che per quattro anni inietterà nell’economia europea 60 miliardi al mese per spingerla – o doparla, dicono i critici – fuori dalle secche di una crisi finanziaria che ha varcato l’Atlantico e si è trasformata in crisi economica.
Di un uomo così, che non offre nessun appiglio al “colore” di cui spesso si beano le cronache (è vero che non porta mai il cappotto, è vero che a pranzo talvolta mangia solo due barrette proteiche), basta anche una frase per cercare se non un’indicazione, almeno una suggestione. «Grazie, faccio da solo», è una delle prime frasi che pronuncia in quel 2005 quando arriva nei saloni d’onore di via Nazionale di fronte a un commesso che cerimoniosamente vuole aiutarlo a togliere la giacca. E «faccio da solo» potrebbe essere in qualche modo un motto che segna la sua indipendenza di giudizio, che si accompagna a una forte inclinazione al pragmatismo. Una frase di John Maynard Keynes che lo stesso Draghi ama ripetere recita così: «Quando i fatti cambiano, io cambio le mie idee. Lei che fa, signore?» Ma Draghi non «fa da solo», invece – assicurano i suoi collaboratori – quando c’è da mobilitare le forze in campo per raggiungere obiettivi comuni. Sono casi come quello della crisi finanziaria del 2008, quando è proprio l’iniziativa dell’allora Governatore della Banca d’Italia a spingere il G20 a un approccio assai più attivo alla crisi finanziaria che si annuncia come una catastrofe con pochi precedenti.
La catastrofe di adesso la conosciamo tutti e Draghi è stato uno dei primi a chiamarla così. In un suo intervento di quasi un anno fa, era il 25 marzo del 2020, sul Financial Times , spiega che «la pandemia del Coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche… e che già adesso è chiaro che la risposta che dovremo dare a questa crisi comporterà un significativo aumento del debito pubblico», insistendo sull’urgenza di lasciarsi dietro anni di dogmi e di contrapposizioni Nord-Sud sull’opportunità di mantenere o meno uno stretto rigore fiscale.
Da quando ha lasciato la Bce – brindisi d’addio dopo la consueta riunione del board di Francoforte del 23 ottobre scorso «chiedete a mia moglie» a chi domanda lumi sul suo futuro – Draghi è stato attento come solo un banchiere centrale può essere a misurare le parole. Mai una frase fuori posto, mai un sussurro che possa farlo apparire come favorevole a una parte o all’altra dello schieramento parlamentare. L’unica preferenza di questi mesi, magari apocrifa, è quella attribuitagli dall’esuberante presidente del Napoli Aurelio De Laurentis compagno di liceo al Massimo – per la sua squadra.
Eppure nel suo silenzio sulle vicende della politica Draghi parla eccome, con pochi e mirati interventi che disegnano chiaramente le sue convinzioni sui problemi del Paese e dell’Europa e su come questi vadano affrontati. Lo ha fatto proprio nell’intervento sul Financial Times, scrivendo che «La questione chiave non è se, bensì come lo stato debba utilizzare al meglio il suo bilancio.
La priorità non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro, ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro. Se non agiremo in questo senso, usciremo da questa crisi con tassi e capacità di occupazione ridotti, mentre famiglie e aziende a fatica riusciranno a rimettere in sesto i loro bilanci e a ricostruire il loro attivo netto».
Al Meeting di Rimini altre parole che oggi suonano ancora più nette e importanti: «La ricostruzione… sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo… E questo debito sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi. Ad esempio, investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca e altri impieghi. Se cioè sarà considerato “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”».
Affermazioni che non necessariamente saranno popolari presso la nostra classe politica. Così come inequivocabile è l’orientamento sull’utilizzo del Recovery Fund, espresso da Draghi in un incontro del G30 a cui Repubblica ha partecipato il 13 dicembre scorso. I governi devono «progredire rispetto al sostegno ampio» della liquidità data a pioggia e di andare «verso misure più mirate focalizzate su quelle aziende che hanno bisogno di sostegno ma che ci si attende siano affidabili anche nella fase post-Covid». Basta aiuti a pioggia, insomma, che da solo suona come un programma – di governo? – rivoluzionario.
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