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L’Unione fa la crescita (ma non per tutti)

Se si considerano gli ultimi 15 anni e se si tiene conto della grave crisi iniziata nel 2008 non si può dire che l’appartenenza all’Unione europea abbia ostacolato la crescita economica. Tra il 2001 e il 2015 il complesso dei Paesi che oggi fanno parte della Ue ha visto il Pil pro capite aumentare del 12,4 per cento. Purtroppo, però, nel 2015 vi sono stati tre Paesi che hanno avuto un Pil pro capite inferiore a quello del 2001: Cipro, Grecia e Italia. Il calo maggiore è proprio quello del nostro Paese: nel 2001 il Pil pro capite era di 27.800 euro ed è sceso a 25.500 nel 2015 con un calo dell’8,27 per cento. A ciò si aggiunge che il dato italiano nel 2001 era sopra la media Ue del 18,8%, mentre nel 2007, cioè nell’anno che ha preceduto la grande crisi, lo scarto positivo si era ridotto al 9,5% e nel 2015 il divario è diventato addirittura negativo (-3%).
Il 2001 non è un anno scelto a caso, perché è quello che ha preceduto l’introduzione dell’euro. Il Pil italiano negli anni 90 del secolo scorso ha avuto una crescita contenuta, perché per “centrare i parametri di Maastricht” si è adottata una politica economica che ha sacrificato lo sviluppo in vista degli obiettivi fissati per entrare nell’euro. Ottenuto questo risultato, l’Italia è passata dal gruppo dei Paesi con Pil superiore alla media Ue a quello dei Paesi con Pil al di sotto della media. Destino, questo, che non è toccato a nessun altro Paese dell’Unione, anche perché gli altri due Stati che nel 2015 hanno registrato un Pil pro capite al di sotto del livello del 2001 – Grecia e Cipro – facevano già parte nel 2001 del gruppo con Pil pro capite inferiore alla media Ue e hanno visto la loro situazione peggiorare in termini assoluti, meno comunque di quella dell’Italia (per Cipro il calo tra 2001 e 2015 è dell’1,44% e per la Grecia del 6,59% contro l’8,27% dell’Italia).
I Paesi che hanno tratto maggiori benefici in termini di crescita percentuale del loro Pil pro capite tra il 2001 e il 2015 sono stati soprattutto quelli dell’Est Europa, che hanno beneficiato dell’entrata nell’economia di mercato innescata dalla caduta del Muro di Berlino.
Particolarmente interessanti, però, sono i dati di big come Germania, Regno Unito e Francia. Per la Germania lo scarto positivo dalla media era del 25,6% nel 2001, si era marginalmente ridotto nel 2007 (22,5%) ed è salito al 29,7% nel 2015. Per il Regno Unito lo scarto era del 15% nel 2001, è passato al 16,4% nel 2007 e al 17,5% nel 2015. Entrambi i Paesi hanno visto dunque migliorare la loro posizione. Non così per la Francia, che nel 2001 aveva uno scarto positivo dalla media Ue del 26,1%, sceso al 20,2% nel 2007 e al 19,6% nel 2015. La posizione della Francia è dunque peggiorata, ma in termini assoluti il Paese resta comunque saldamente nel gruppo di Stati con Pil pro capite superiore alla media Ue.
Ben diversa la situazione dei Paesi mediterranei. In quest’area solo l’Italia aveva nel 2001 un Pil pro capite superiore alla media Ue, ma nel 2015 è scesa sotto. Gli altri quattro Paesi mediterranei erano già sotto la media nel 2001 e hanno visto la loro posizione peggiorare decisamente, anche se meno dell’Italia. Lo scarto negativo è passato tra il 2001 e il 2015 dal 5,6% al 12,2% per la Spagna, dal 29,9% al 36,9% per il Portogallo, dal 10,7% al 21,7% per Cipro e dal 22,2% al 35,4% per la Grecia. Per l’area mediterranea non si può certo dire che la presenza nell’Unione abbia contribuito ad attenuare il divario e per l’Italia vi è l’aggravante del passaggio dall’area più ricca a quella meno ricca.
Certo, il nostro declino economico non è interamente imputabile all’entrata nell’euro. I mali italiani sono ben noti: la giungla istituzionale, con i suoi sistemi di poteri, contropoteri e diritti di veto, è un fortissimo ostacolo all’efficienza del sistema; la corruzione è giunta a livelli tali da far rendere assolutamente necessaria una rifondazione del Paese e molte altre remore ostacolano lo sviluppo. Resta comunque un dato di fatto che la presenza nella Ue e l’adozione dell’euro non hanno frenato il declino economico.

Gian Primo Quagliano e Beatrice Selleri

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