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L’unione bancaria è zoppa e non è colpa dell’Italia

Senza banche attive e aperte all’innovazione, un Paese avvizzisce: già stiamo perdendo l’ asset management , non è il caso di giocarsi, per ritardi e miopie, anche il sistema bancario.

Dal novembre ’14, nell’eurozona l’unione bancaria assoggetta le grandi banche alla vigilanza del Meccanismo Unico di Supervisione della Bce. Al suo servizio c’è un Fondo di Risoluzione, che arriverà a 55 miliardi solo nel ‘24 e sarà mutualizzato, fra i Paesi, molto lentamente. All’unione bancaria manca però un tassello essenziale, lo schema comune europeo di garanzia dei depositi. Ciò impedisce di realizzare il fine di quell’unione: rompere il circolo vizioso fra timori sulla stabilità delle banche e dello Stato che le ospita. Perciò Bce e Commissione Europea chiedono l’assicurazione europea; Germania e altri invece la rinviano al mondo che verrà, quando ogni Paese avrà messo in sicurezza le proprie banche, e non servirà più.
Su questo s’innesta la vicenda della Bad bank, che dovrebbe assorbire i crediti in sofferenza (200 miliardi) delle nostre banche, liberando risorse nei loro bilanci per rilanciare l’economia. L’Italia, su spinta della Bce, fa l’ennesima proposta, sulla quale la Ue ancora storce la bocca. I dettagli di questa sono segreti, forse per sedare i contrasti con la Ue. Roma, pare, non vuole un’unica Bad bank nazionale (attaccabile come carrozzone pubblico, lontano dal mercato) ma, con approccio «leggero» farne tante, che comprerebbero i crediti grazie a una garanzia pubblica (sul prezzo d’acquisto dei crediti o sulle obbligazioni da emettere a tal fine). Sulle garanzie date lo Stato, forse affiancato da privati, avrebbe una remunerazione di mercato; meglio se il garante potesse fruire di eventuali, pur se oggi improbabili, plusvalenze sull’acquisto dei crediti e avesse (come suggerisce il blogger Giovanni La Torre), un almeno teorico diritto di rivalersi per le garanzie escusse.
È giusto istituire diversi veicoli, come qui proposto il 14 febbraio ’15: diverse sono le situazioni, e alle banche medio-piccole serve una «testa» che le organizzi e ne aumenti lo scarso potere negoziale. In un solo ammasso, i valori di acquisto si allineerebbero verso il basso, non così se si distingue fra le situazioni; la copertura dei rischi sarà scarsa in alcuni casi, buona in altri. Messi in concorrenza fra loro, i compratori pagheranno di più, specie se i venti di ripresa rinforzeranno. Con gente esperta, le Bad bank gestiranno i crediti in modo attivo e rapido: qualcuno morirà, altri si risaneranno. A ripulire l’aria ha contribuito anche Mario Draghi in conferenza stampa il 20 gennaio: per assorbire le sofferenze serve tempo.
Noi abbiamo le nostre responsabilità; s’è atteso troppo, non s’è nazionalizzata Mps quando si doveva e poteva farlo senza i problemi che oggi, a regole fissate, fermano tutto. Da troppi anni il nodo delle sofferenze ostacola la ripresa; la querelle di Matteo Renzi con la Commissione Ue non sveltirà la soluzione. La Commissaria Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager chiede ( Il Sole 24 Ore , 13 gennaio ’15) che non si falsi la concorrenza fra banche, ma se il vero obiettivo fosse non falsarla, bisognerebbe togliere gli aiuti a chi li ha avuti, o concederli a chi non li ha avuti ma ne ha bisogno!
Abbiamo un’unione bancaria vistosamente zoppa; i mercati se ne accorgono e fanno il loro mestiere, speculando; se le sofferenze continuano ad appesantire i bilanci, reagiscono come pulcini bagnati a normali richieste dalla Bce sulla gestione delle sofferenze. Tanto più se le sghembe regole europee non impongono trasparenza a tutte le banche su tali richieste: la Consob giustamente la impone alle nostre, ma altre autorità proteggono le «loro» banche. I mercati non vanno per il sottile; così sotto attacco è l’Italia. Eppure Mps è fuori dai disastri della gestione pre-crisi e supera il capitale richiesto dalla Bce; sconta forse lo scarso interesse di altre banche per un’aggregazione.
Così il circolo vizioso, lungi dallo sciogliersi, si attorciglia su se stesso. Le nuove regole (bail in) giustamente coinvolgeranno i creditori, oltre agli azionisti, in dissesti. Ciò però alza il costo della provvista per le banche, quindi il costo del credito per i clienti e per l’economia; di poco in certi Paesi, di molto in altri. La forza finanziaria dello Stato ospitante fa la differenza. Se diviene in pratica impossibile anche sciogliere il nodo delle sofferenze, la segmentazione dei mercati diverrà totale; così, oltre all’unione bancaria, se ne andrà anche il mercato unico. Non stupisce, allora, che la Ue progetti una «Unione dei mercati dei capitali» su cui vigileranno una cinquantina di regolatori nazionali!
La Germania chiede che i sistemi bancari siano in sicurezza prima di approvare l’assicurazione europea sui depositi, ma chi e quando potrà mai dichiarare che è tutto a posto? Non si capisce cosa mai avrà in mente chi blocca l’unione bancaria. Le conseguenze di un brusco avvitamento verso il basso della situazione dovrebbero esser chiare a tutti; anche a chi, nella Bundesbank, mal tollera la guida della Bce e fa politica alla grande, guardando a scadenze che oggi paiono lontane.
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