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Lunedì nero a Milano Industriali e mid cap in difesa con l’export

di Vittorio Carlini

Per un attimo, investitori e analisti ci hanno sperato. Dopo l'annuncio del presidente Barack Obama sull'accordo per il debito Usa, si son detti: può essere una seduta positiva. E così, a ben vedere, è stato fino al primo pomeriggio, all'incirca alle 15.30. Fin lì, il Ftse Mib saliva. Poi – c'è chi dice sul crescendo di voci del declassamento degli Stati Uniti (altri rimandano all'Ism statunitense che, però, è stato pubblicato mezz'ora dopo) – sono arrivate le vendite. E, con lo spread Btp-TBund che schizzava in orbita (record oltre 353 punti), è partita la vendita sugli istituti di credito. Risultato finale? Il settore bancario ha perso il 5,85%, portandosi giù l'intero listino: il Ftse Mib ha chiuso in ribasso del 3,87 per cento. Piazza affari? Nel suo complesso ha bruciato 14,92 miliardi di euro di capitalizzazione, scendendo sotto la soglia dei 400 miliardi.

Il peso delle banche

La peggiore performance del paniere degli istituti di credito è ormai una costante: da inizio anno ha perso il 24,9% (-17,14% nel luglio) a fronte di un ribasso delle big cap di "solo" il 12,16 per cento. Un trend che, in una situazione normale, ha poco senso: le banche trattano sotto il valore di libro (il consensus indica un Price/Bv di 0,42). In teoria, quindi, sarebbero a sconto e da considerare occasioni d'acquisto. Ma non è così. Il nervosismo sull'alto debito pubblico, legato alla bassa crescita (minore raccolta), si ripercuote su queste società che sono tra i grandi prenditori di titoli di stato. Così, le quotazioni (giusto o sbagliato che sia) sono penalizzate. Una "sottovalutazione" che non deve "ingannare". Il rischio, infatti, è di finire nella cosiddetta "value trap" (la trappola del valore). Cioè, se il mercato pensa che i problemi strutturali non trovano soluzione, le valutazioni di questi titoli possono rimanere "schiacciate" per molto tempo. Seppure, sottovalutate.

I petroliferi e il gas

Fin qui le banche: ma gli altri settori? Ieri anche il settore Oil&Gas ha perso abbastanza (-3,27%). Tuttavia, nel mese scorso si è difeso piuttosto bene (-7,24%) e, sui 12 mesi, è riuscito mantenersi poco sotto la parità (-2,54%). Qui, nonostante la performance non così positiva di Eni (-10,6% in luglio; -9,79% da gennaio), ci sono alcune interessanti eccezioni. In primis, Snam Rete Gas (+7,76% sui 12 mesi) che, di recente, ha archiviato un buon primo semestre 2011: ricavi in crescita a 1,59 miliardi (+3,1%) mentre l'utile netto è salito a 576 milioni (+5,3%).Segno positivo, sul medio periodo, anche per Saipem che da inizio 2011 cede il 3,13% ma, in un anno di contrattazioni, guadagna oltre il 30 per cento. Il comparto, secondo le più recenti stime, ha un P/e attorno al 10,2 e un P/Bv di 1,46. Valori che indicano una certa "sottovalutazione": «Si sconta – è il leit motive degli analisti -, l'appartenenza ad un listino che, al di là delle singole società, è venduto per il sentiment negativo sul tema debito-pubblico».

Gli industriali e la crescita

Nel lunedì nero che ha colpito Piazza Affari, anche un settore tipicamente ciclico come l'industria è (giocoforza) sceso (-3,49%). In luglio il comparto ha ceduto il 12,3% mentre dal primo gennaio scorso ha lasciato sul parterre il 9 per cento. Un po' meglio del Ftse Mib, insomma. Ieri, comunque, diverse blue chip del settore (molto composito) hanno chiuso in calo: Fiat ha ceduto il 3,7%; Pirelli il 2,6% e Prysmian il 3,5 per cento. Certo, ogni azienda è storia a sé: la società guidata da Marco Trochetti Provera per esempio, sfruttando l'export e l'esposizione sui mercati emergenti, ha archiviato una buona semestrale. Tuttavia, proprio i timori sul rallentamento della congiuntura globale pesano. Diverse banche d'affari, dopo la delusione sul Pil Usa del secondo trimestre (e la revisione allo 0,4% sul primo) hanno ridotto le stime sulla crescita mondiale 2011 (+3,9% dal precedente 4%). Dubbi sulla domanda aggregata che, giocoforza, incidono sulle quotazioni. Ne sanno qualcosa i cementieri (-4,7% Buzzi Unicem) che, peraltro, scontano anche i maggiori costi di produzione legati al caro-petrolio.

Le utility in difesa

Quel caro-greggio che dà fastidio anche a un comparto tipicamente oil-sensitive, quale quello delle utility (che, però, sui ricavi ha il salvagente delle tariffe). Da inizio 2011 il suo consuntivo è positivo (+1,4%). Una mano l'ha data Enel (+3,48%) anche se negli ultimi trenta giorni il gruppo ha ceduto circa il 14 %. Così come si è ben comportata Egp (+5,8% dal primo gennaio), sfruttando però (un po' speculativamente) il referendum sul nucleare e le strategie "verdi" di molti governi nel dopo Fukushima.

Telecom e media

Seduta negativa (-4%), poi, per le telecom (in gran parte rappresentato da Telecom Italia con il nodo del debito accumulato nel passato) e i media (-3,9%)

Le multinazionali tascabili

Ma non ci sono soltanto le grandi capitalizzazioni. Anche ieri, non a caso, l'indice All Star ha perso meno dell'indice guida (-1,6%). Si tratta di quelle multinazionali tascabili, leader nei loro settori di nicchia, che rappresentano l'eccellenza delle Pmi made in Italy: da Amplifon (+20 da inizio anno) a De Longhi (+45,7%) fino Yoox (+22,4%)

 

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