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L’ultimo scontro tra Bersani e Renzi “Solo noi credibili”. “Vuoi inciuci”

ROMA — Uno contro l’altro, l’usato sicuro e il rottamatore, nello studio colorato di rosso su Raiuno. C’è il fair play ma anche l’aggressività che era mancata nel primo confronto a cinque. È Matteo Renzi ad affrontare con maggiore spirito di battaglia il duello, com’è naturale per chi deve rincorrere. Frecciate all’avversario. Magari non dirette ma chiarissime: i 2547 giorni trascorsi al governo da Pier Luigi Bersani e i risultati non brillanti di quella stagione, i 20 anni senza politica industriale (e il segretario del Pd ha fatto due volte il ministro dell’Industria), lo scalone Maroni abolito dal governo Prodi che è costato «9 miliardi », Equitalia creata «da Bersani e Visco », battuta che si merita la replica del candidato in vantaggio: «Non l’abbiamo inventata noi».
Quello di Renzi è uno show di facce, mosse e battute che sembrano studiate a tavolino, anche troppo. Bersani è se stesso, gli piace rivendicare la sua diversità nella società della comunicazioni. Più ingessato anche nella scelta del guardaroba: abito istituzionale con tocco frivolo della cravatta rossa a pois mentre il sindaco di Firenze sfoggia la solita camicia bianca con le maniche arrotolate. Il modello è il Tony Blair degli esordi. Bersani guarda molto il cronometro gigante sul pavimento per non sforare o per colmare il tempo. Renzi invece si gira spesso verso il duellante, senza aggressività ma con l’atteggiamento del vero confronto, della sfida.
La strategia di Renzi è la demolizione del centrosinistra del passato, del suo modello di governo, agli errori del Pd. C’è ancora la rottamazione, dunque: non più delle persone, ma delle esperienze, della politica. Bersani capisce a metà trasmissione che su questo si gioca il tutto per tutto. Deve consolidare il suo discorso sul cambiamento. Viene buona anche l’autocritica sul conflitto d’interessi: «Potevamo fare di più. Io ci ho provato nel ‘96. Allora ero un ministro di prima nomina, non abbastanza credibile». Occorre però un rilancio sul futuro: «Porterò al governo una generazione nuova, metà uomini e metà donne, 20 ministri ». È la promessa che affossa la vecchia classe dirigente.
VECCHIE GLORIE ED ESPERIENZA
Ecco il punto, quello da cui nasce questa sfida. Il cambiamento. Di persone, di visione. Renzi attacca a testa bassa: «Non possiamo andare nel futuro con le persone che accompagnano Bersani. Dicono che sia un duello tra lo zio prudente e il figliolo coraggioso. Lui è l’allenatore delle vecchie glorie». Gioca da attaccante, il sindaco. Bersani sceglie un’altra strada: «Il rinnovamento lo chiedo e ci sarà. Le esperienze servono ma per dare una mano a far girare la ruota».
IL FUTURO E LUCREZIA
Nell’appello finale, quello che dura tre minuti e in cui i candidati sparano le cartucce fondamentali, il pragmatico Bersani cambia rotta e invece
del bravo amministratore mostra la faccia del padre di famiglia. Racconta di aver incontrato la figlia di un’infermiera che non prende lo stipendio da 4 mesi. «Mi ha detto: per Natale voglio la bambola rossa e lo stipendio per la mamma. Io mi metterò dalla parte di questa Italia». Nelle parole di Renzi c’è il futuro, la parola più pronunciata dal sindaco nei 105 minuti di dibattito.
CASINI
È un tema che divide nel profondo gli sfidanti: l’alleanza di governo. Renzi solletica l’orgoglio di sinistra, per conquistare anche i consensi di Vendola. «Mai l’inciucio con Casini. Se poi si porta anche Fini…». Il segretario del Pd non si sbilancia, ma risponde con un colpo basso: «L’ultima volta che abbiamo pensato di fare tutto da soli ha stravinto Berlusconi. Perciò cerchiamo di essere più umili e di avere una mente aperta».
VENDOLA E LA CREDIBILITÀ
Altro momento di scontro. Renzi non rinuncia a richiamare il passato, il governo dell’Unione da Mastella a Bertinotti. Quel fallimento, quel peccato originale del centrosinistra. «Abbiamo vinto e abbiamo sprecato tutto». Ma Bersani difende Vendola: «È un europeista convinto, vuole gli stati uniti d’Europa. E governa una regione da anni». Insomma, non è Bertinotti.
MOMENTO DI TENSIONE
Un’innocua domanda su Obama provoca l’unica vera scintilla evidente. «Se lo incontrassi da premier gli direi: andiamo via dall’Afghanistan e ragioniamo meglio sull’acquisto degli F35», gli aerei militari che costano miliardi. Renzi sbotta: «Questa è demagogia. Che c’entra l’America con i caccia. Da uno come te non me l’aspettavo ».
VENTI MILIARDI
Renzi parte promettendo 100 euro in tasca ogni mese al ceto medio. Con quali risorse? Con venti miliardi che non spiega bene dove trovare. E Bersani replica: «Io non prometto venti miliardi, ma penso che si debba fare qualcosa ricavando fondi dalla lotta all’evasione e dalla fiscale».
L’AMBULANZA DELL’EVASORE
Sul contrasto agli evasori Bersani spende una delle sue metafore. «Gli evasori non rubano allo Stato, rubano a quello che le tasse le paga tutte. Ed è solo per umanità che gli mandiamo un’ambulanza quando stanno male. Ci vuole una lotta serie, a cominciare dal minor uso del contante».
PENSIONI E ESODATI
Renzi segue la tattica della demolizione delle esperienze uliviste. Difende la riforma Fornero e se ha creato problemi la colpa è del governo Prodi e di Bertinotti che abolirono lo scalone perdendo 9 miliardi. Bersani invece prende le distanze da una parte della riforma. «Ci voleva una maggiore flessibilità per l’uscita dal lavoro. E con gli esodati è stato fatto un errore. Caro Matteo, questo problema ci costerà un sacco di miliardi». Monti viene citato pochissime volte. Da Bersani per dire «bisogna andare oltre ». Da Renzi per difendere la sua agenda.
I VOTI DEL SUD
Renzi non vuole fare demagogia: «Preferisco perdere le primarie se non riesco a convincere i meridionali che è finita l’epoca delle raccomandazioni e del merito». Il segretario preferisce parlare della riscossa meridionale: «Dove sta bene un cittadino sta bene un impresa. Quindi da adesso i fondi deve andare alla cittadinanza per farla stare meglio. Asili e lotta all’abbandono scolastico, per esempio ».

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