Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

L’ultimo braccio di ferro tra il premier e Bruxelles in gioco altri 6,5 miliardi

I ministri arrivano puntuali a Palazzo Chigi, la riunione chiamata ad approvare la nota di aggiornamento al Def è fissata per le nove di sera. Ma dovranno aspettare un’ora perché Matteo Renzi varchi la porta del salone del Consiglio dei ministri. Il premier però è solo, scherza per scaricare la tensione di una giornata passata a limare le cifre del Documento di economia e Finanza. Dopo un quarto d’ora, sono ormai le dieci e un quarto, arriva anche Pier Carlo Padoan. Solo a quel punto sul tavolo del governo compare il testo con gli attesi numeri dell’economia italiana. Un ritardo durante il quale si sono consumati gli ultimi, tesi, contatti con Bruxelles. Le telefonate partite dallo studio del premier, con Renzi e Padoan che si sono confrontati direttamente con Juncker e Moscovici. E la partita che porterà all’approvazione del bilancio italiano da parte della Commissione europea sarà ancora lunga, come spiega il premier aprendo il consiglio: «La trattativa con l’Europa si apre oggi».
I contatti telefonici con Bruxelles hanno premiato la linea Padoan, quella che Renzi scherzando chiama di «San Prudenzio». Perché alla Commissione non si fidano, temono che l’Italia si spinga troppo in là con il deficit e giudicano il dato della crescita 2016, l’1%, troppo ottimistico.
Per questo ieri sera nel Def Renzi e Padoan hanno indicato due cifre: il 2% nel rapporto tra deficit e Pil nel 2017 più uno 0,4% da negoziare. I primi tre miliardi sottratti al risanamento dei conti sono stati già accettati informalmente dalla Commissione. Gli altri 6,5 miliardi sono ancora da ottenere: l’Italia li giustifica con le spese per sicurezza, migranti e sisma. «Sono convinto di portarli a casa», ha spiegato ai ministri Renzi, che quando scriverà la legge di Bilancio potrebbe anche spingersi più in là se riterrà di andare allo scontro con la Ue.
Al momento a Roma c’è una certezza che regala ottimismo: è da agosto che Juncker tiene in vita l’impegno politico ad aiutare il governo italiano nel far quadrare i conti pur con una manovra espansiva. Impegno benedetto da Angela Merkel, confermato negli ultimi giorni con sms diretti al premier e infine l’altro ieri sera nel corso di una cena con il capogruppo del Pse all’Europarlamento, Gianni Pittella. Il ragionamento che Juncker condivide con gli interlocutori italiani offre ampie garanzie politiche, ma non sui numeri: «Apprezzo molto le capacità riformatrici del governo italiano e gli sforzi che fa per fronteggiare le emergenze come i migranti e il sisma. Per questo non voglio ostacolare il lavoro di Matteo e giudicherò con benevolenza il bilancio di Roma ».
Eppure i falchi (rigoristi di centrodestra) proveranno a mettere i bastoni nelle ruote. Il timore di Roma è che questa volta la forza politica di Juncker possa non bastare, con il presidente della Commissione indebolito dalla Brexit e messo sotto tiro dai paesi dell’Est (troppo europeista) e dalle frange di destra dell’establishment legato a Merkel (troppo politico). E poi ci sono le resistenze interne alla stessa Commissione. Remano contro la concessione di nuova flessibilità all’Italia, che si aggiunge ai 19 miliardi di sconto del 2015-2016 – due vice di Juncker, entrambi ex premier e uomini di peso a Bruxelles. Il finlandese Katainen, da sempre rigorista e intenzionato a candidarsi per i popolari (Ppe) a prossimo capo della Commissione, obiettivo che lo spinge a picchiare sull’austerità. Con lui il lettone Valdis Dombrovskis. Negli ultimi due anni Juncker alla fine li ha piegati, così come ha fatto la scorsa estate evitando di multare Spagna e Portogallo proprio sui conti pubblici. Ma i mutevoli equilibri politici europei potrebbero complicare le cose.
C’è poi il ruolo della colomba francese Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici, che però nelle ultime settimane ha recapitato segnali di rigidità a Roma. «Non c’è nessun accordo ex ante con l’Italia, prima dobbiamo vedere il Def e la Legge di Bilancio (sarà notificata alla Ue il 15 ottobre, ndr) e comunque il 2,3% è impossibile», i messaggi inviati dietro le quinte al governo. Tanto che ieri il francese ha auspicato che i numeri che presenterà l’Italia «ci aiutino nella direzione di una comprensione reciproca» e fonti della Commissione hanno negato qualsiasi accordo preventivo con Roma: «Le cifre del Def saranno di responsabilità del governo italiano». Come dire, non esagerate con le richieste. Per questo gli sherpa italiani pensano che sia una rigidità dettata da ragioni tattiche, per non scoprirsi con i falchi a diverse settimane dal giudizio finale sulla manovra (arriverà a novembre).
La strategia negoziale di Renzi resta comunque aggressiva, nel governo c’è chi vorrebbe rompere con Bruxelles ma per ora i contatti con la Ue restano aperti.

Alberto D’Argenio

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Sarà un’altra estate con la gatta Mps da pelare. Secondo più interlocutori, l’Unicredit di And...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«La sentenza dice che non è possibile fare discriminazioni e che chi gestisce un sistema operativo...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un nuovo “contratto di rioccupazione” con sgravi contributivi totali di sei mesi per i datori di...

Oggi sulla stampa