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L’ultimo assalto all’Expo che chiude ma il Giappone resta un sogno proibito

MILANO .
Alle undici, ieri mattina, il cartello che da mesi funzionava da barometro per le code del padiglione Giappone è scomparso. Inutile lasciare ancora speranze a chi arrivava dopo quell’orario: i tempi di attesa per l’ingresso superavano già le otto ore. E così i responsabili del padiglione hanno deciso, per la prima volta, lo stop. Le hostess hanno iniziato a deviare il fiume di visitatori che arrivavano, spiegando loro che non avrebbero più potuto sperare in un ingresso, neanche a costo di una attesa lunga una giornata intera.
A meno di due settimane dalla chiusura di Expo, insomma, nella classifica dei padiglioni più ambiti non ha rivali: già a giugno i tempi di attesa per il Giappone erano di due ore, saliti a quattro in luglio, per assestarsi oltre le sei ore da settembre in poi. Soltanto una manciata di altri spazi — Emirati Arabi, Palazzo Italia e Kazakhstan — possono vantare una costante e chilometrica coda. Ma, come il Giappone, nessuno: e non è servito neppure anticipare l’orario di apertura del sito (ormai in alcuni giorni i tornelli scattano alle 8,15, con gente in attesa dalle 7), perché comunque la maggior parte dei visitatori appena mette piede sul Decumano corre direttamente lì, immortalata nei video degli allibiti lavoratori del sito espositivo.
Vale molto l’effetto coda-chiama- coda («Se tanti sono in fila per ore, un motivo ci sarà», è l’assioma), ma c’è, anche, una questione logistica. La visita tra le meraviglie giapponesi è a numero chiuso — entrano 50 persone per volta — ed è guidata, quindi con una durata fissa: 50 minuti, che vanno dunque aggiunti alle ore di coda già spese per varcare l’ingresso. Più volte, in questi mesi, si era pensato di ridurre la durata del tour, ma i responsabili del padiglione hanno deciso di non cambiare nulla, per non rischiare di rovinare lo spettacolo che si sviluppa nel passaggio da una sala all’altra. Perché i fortunati che poi riescono a entrare assicurano che l’esperienza vale l’attesa. Lo dice — lasciando per una volta da parte la diplomazia — anche il commissario Expo Giuseppe Sala: «Di sicuro c’è un effetto passaparola, per cui chi viene ad Expo consiglia poi sempre di vedere quel padiglione. Ricordo sempre che di padiglioni ce ne sono 86, tutti hanno una loro particolarità: ma ammetto che quello del Giappone è uno dei quattro o cinque più belli».
Per molti la visita comincia già all’esterno — e non potrebbe essere diversamente, vista l’attesa — con la parete composta da 17mila pezzi di legno, incastrati uno nell’altro, che lasciano filtrare la luce all’interno, dove tutte le sale sono in bilico tra tecnologia spinta e antiche tradizioni. I fiori, i pesci rossi, le risaie, le montagne innevate: c’è tutta la simbologia classica, ma virtuale, con i visitatori che camminano al buio nei sentieri su cui sbocciano all’improvviso le immagini che raccontano il progetto del padiglione, la “diversità armoniosa” che è alla base della cultura agricola e alimentare del Giappone. Enormi vasi (veri) di tè, ma poi torna il virtuale di una cascata che mostra i piatti tipici: con una app che si scarica al momento sugli smartphone, si scoprono storia e ingredienti. C’è anche il resto del mondo, nel percorso guidato, con la sala dei mappamondi: basta sfiorarli per avere le informazioni sulle soluzioni che il Giappone studia e propone per affrontare i problemi alimentari globali. Gli ultimi dieci minuti sono quelli di spettacolo puro: un teatro con dei tavoli multimediali a cui sedere per provare un pranzo, anche questo virtuale, spiegato da attori in costumi tradizionali.
Ancora pochi giorni, per provare a vederlo dal vivo: scegliendo — è il consiglio della società Expo — i giorni centrali della settimana, nei quali si viaggia su una media di 150mila presenze contro le 250mila del sabato e le 200mila della domenica. Numeri che potrebbero aumentare, in vista della chiusura: tanto che, ascoltando anche le forze dell’ordine, si potrà decidere di chiedere anche ad altri padiglioni di bloccare le code, nei momenti di maggior afflusso. Ricordando che sabato 31 ottobre ci sarà tempo solo fino alle 17 per entrare: da quel momento in poi, si godrà la festa finale — con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella — soltanto chi sarà già dentro.
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