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L’ultimatum di Renzi “L’Italicum non cambia non medio con Berlusconi resa dei conti al referendum”

L’Italicum non si tocca, Matteo Renzi non concede sponde alla minoranza del Pd. Se Forza Italia vuole sedersi di nuovo intorno al tavolo, sa di poter contare sulla quota di nominati in Parlamento già concordata. Ma il premier non ha alcuna intenzione di contattare Berlusconi, né per l’oggi né per il domani, tanto più dopo le parole sulla “deriva autoritaria”. «Scherziamo? Perché lo dovrei sentire? La legge elettorale è fatta e la riforma costituzionale ormai è avviata. Al referendum confermativo — dice Renzi ai suoi collaboratori — avremo il Pd da un parte e un’alleanza Vendola-Grillo- Berlusconi-Salvini dall’altra. Schierati contro una norma che riduce i costi della politica semplifica e colpisce i consigli regionali. Contenti loro…».
Renzi non lo nomina neanche il patto del Nazareno. Quell’intesa conclusa un anno fa ha svolto il suo compito, incardinando le due riforme nel binario che porta al traguardo. Con passaggi già superati sia alla Camera sia al Senato. A Montecitorio riparte oggi l’esame della legge costituzionale con un calendario fittissimo, sedute fino alle 11 di sera e l’obiettivo di chiudere con l’approvazione entro sabato. «Vedremo come si comporteranno quelli di Forza Italia», dice Renzi. Ovvero, se le minacce di Arcore sono sostanziali o formali, una recita a uso interno come pensano alcuni dirigenti dem. Il premier però insiste sui tempi, non attenderà l’esito di un conflitto dentro Fi.
Questo significa che il dibattito che prende il via oggi, darà subito delle risposte. Fino a l’altro ieri l’accordo con gli azzurri prevedeva una loro rinuncia agli interventi in aula garantendo così un taglio drastico alla discussione. Ora le cose sono cambiate. «Non per me», ripete però Renzi. «Sui capolista bloccati – insiste – non li cambio e la legge non si tocca. Togliere i capolista significherebbe mettere tutte preferenze. A me va pure bene, ma ne verrebbe fuori un sistema meno equilibrato». È la conferma che il premier offre a Berlusconi la blindatura degli accordi. «Le preferenze vanno bene per metà, l’altra metà sono i collegi anche se tutti, sbagliando, li chiamano capolista. Verrà fuori un modello come in Germania dove la legge stabilisce al 50 per cento liste bloccate e l’altro 50 con i collegi».
Il patto del Nazareno, su questo punto, non verrà modificato di una virgola. Se vuole Berlusconi una via d’uscita, ne può prendere atto. «Per quanto mi riguarda l’Italicum è andato a buon fine – ripete il premier -. E non intendo riaprire la discussione. Equivarrebbe a scatenare di nuovo la baraonda in Senato, quando tornerà lì».
Renzi crede alla formula del «fare tutto da soli», slogan molto usato dopo l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. Però, in privato, ammette che occorre anche un po’ di cautela. «Io so che i numeri li abbiamo anche a Palazzo Madama. Ma è meglio non forzare troppo». Il problema è che Berlusconi, quando dichiara stracciato l’accordo, non pensa al sistema elettorale, che con la quota di bloccati a 100 gli va benissimo. Pensa invece a bloccare l’abolizione del Senato in modo che tutto il percorso venga intralciato. Diventa così decisiva la settimana che comincia oggi, per capire la forza, la compattezza e le vere intenzioni di Forza Italia.
La minoranza del Pd non si è mai fatta molte illusioni sulla rottura del patto del Nazareno. Infatti si prepara a combattere su altri terreni. Oggi partirà all’indirizzo di Renzi e dei capigruppo una lettera firmata dai parlamentari della sinistra (a cominciare da Fassina, Cuperlo, D’Attore e Boccia) perché venga convocata al più presto una direzione: Ordine del giorno: l’atteggiamento del governo sulle richieste della Grecia di Tsipras. «Matteo si è sempre lamentato della sua solitudine in Europa rispetto alle politiche di rigore, anche dentro il Pse – ricorda il bersaniano Alfredo D’Attorre -. Con Syriza può essere meno solo, ma prenda un’iniziativa anche lui». Un messaggio non polemico, ma che vuole andare oltre il braccio di ferro sulle riforme. In fondo, nel calendario della Camera a febbraio e a marzo l’Italicum non c’è. «Quando arriverà il momento di votarlo noi – dice D’Attorre – torneremo a dare battaglia su preferenze, apparentamento al secondo turno e collegamento tra le legge elettorale e riforma costituzionale ».
Resta un altro semmai il tema caldo per capire come sono cambiati gli equilibri dentro il partito di Largo del Nazareno dopo il passaggio sull’elezione del presidente della Repubblica. Il 20 febbraio il consiglio dei ministri torna ad esaminare la delega fiscale e anche il decreto sulla non punibilità per l’evasione sotto una certa percentuale. Il governo lavora da giorni su quel testo. La sinistra aspetta di vedere come ne uscirà il premier, se confermerà quella che è stata definita una norma salva- Silvio. Renzi non nega che all’interno dell’esecutivo ci sia un confronto, tra Palazzo Chigi, il ministero di Grazie e giustizia retto da Andrea Orlando e il dicastero dell’Economia con il suo ministro Piercarlo Padoan. Il punto-chiave è capire se verrà messa una soglia e non una percentuale oltre la quale viene prevista anche la punibilità penale. «Sono tutte ipotesi », è la risposta prudente che il premier offre ai suoi collaboratori. Però Renzi non pensa di smentire le ragioni che sono alla base del provvedimento, contestato a sinistra non soltanto per lo spettro dell’ex Cavaliere, ma perché troppo favorevole a potenziali evasori. «La verità è che si è capito che non riguarda Berlusconi – ripete il premier -. E che è necessario avere una norma che consenta di pagare, con una sanzione doppia , il dovuto. In cambio però della depenalizzazione». Sono i “fondamentali” del decreto e non cambieranno. «Il resto sono tecnicalità », garantisce Renzi. Ma sul testo si continua a lavorare.
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