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L’ultimatum di Draghi Fondazioni in cerca di capitali

di Stefano Righi

Si avvicina la stagione dei dividendi e dopo un paio d’anni di vacche magre è il momento di passare alla cassa. Ma per gli azionisti di alcuni istituti di credito è il caso di non chiudere subito il portafoglio perché c’è la concreta ipotesi che quanto incassato sotto forma di dividendo possa essere ritornato sotto la voce di acconto sull’aumento di capitale. Prima la stabilità Nessuno ne vorrebbe parlare. Ma i segnali si moltiplicano. Rapidamente. Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, dieci giorni fa alla riunione annuale del Forex, lo ha evidenziato chiaramente: calma con la distribuzione dei dividendi, ha sommariamente detto Draghi, è di molto preferibile in questo momento contribuire alla solidità degli istituti di credito. Così, l’agognato ritorno al dividendo, rischia di diventare una mera partita di giro. E il tema della ricapitalizzazione delle banche italiane rimane centrale. La riprova è arrivata dal Financial Times , che ha riportato in prima pagina, la scorsa settimana, il nodo della partecipazione degli istituti di credito italiani al capitale della Banca d’Italia. La questione c’è ed è sul tavolo dei capi azienda di tutte le principali istituzioni finanziarie italiane. Da Intesa Sanpaolo che è il primo azionista della banca centrale italiana a Unicredit, dalle Assicurazioni Generali fino a Carige e al Monte dei Paschi di Siena. Sono tutti azionisti. E il valore dell’istituto di Via Nazionale è rappresentato, per buona parte, dalle riserve in oro, che in queste ore viene scambiato sui mercati internazionali a quotazioni record, attorno ai 1.430 dollari l’oncia, complice l’elevato livello di instabilità internazionale. Semplice l’equazione: se le banche devono ricapitalizzare, perché non considerare tra gli asset disponibili anche l’oro posseduto dalla «controllata» Banca d’Italia? Sia chiaro che le banche azioniste non possono, per statuto e per legge interferire nella gestione della Banca d’Italia, e che la domanda, che ha il tono della provocazione, tende a evitare l’unica altra soluzione possibile: l’aumento di capitale da richiedere ai soci. Il ruolo sociale Sul punto dei soci, la vicenda si complica. Perché i primi tre istituti italiani per dimensione hanno come soci di riferimento una o più fondazioni bancarie, cui fanno riferimento una serie di associazione con valenza sociale la cui funzione oggi non può prescindere dall’esistenza delle fondazioni stesse. Nella tabella di questa pagina abbiamo riportato il flusso di liquidità fatto affluire nelle prime sette fondazioni italiane dalla banca conferitaria. Il cambiamento dal 2007 a oggi è evidente, drammatico quasi. Le dimensioni dello choc tra il 2008 e l’anno seguente vedono le prime sette fondazioni passare da una cedola complessiva superiore al miliardo e mezzo di euro (1.564.538.298) a un dividendo di poco superiore ai 63 mila euro. E le speranze per gli incassi del prossimo mese sono concrete ma, come detto, rischiano di essere un palliativo. Benessia, Guzzetti, Biasi, Comba e Mancini, solo per rimanere ai presidenti delle prime cinque fondazioni, come si comporteranno davanti alla richiesta (possibile, probabile), di un aumento di capitale da parte della banca a cui sono legati? Le casse non sono vuote, ma più leggere rispetto a tre anni fa. Le erogazioni sul territorio non sono venute meno solo sfruttando i meccanismi di stabilizzazione previsti dagli statuti. Ma domani? Basilea e i bond Le recenti parole del Governatore fanno intendere che non solo Basilea 3 deve preoccupare. Perché se l’insieme dei provvedimenti nati nella città svizzera entreranno stabilmente in vigore solo dal 2019, già nel 2015 riverbereranno primi effetti stabili. Il problema di fondo è che mercati stentano. Qualcuno deve restituire anche i Tremonti bond. Nel solo 2011 andranno poi a scadenza 110 miliardi di bond bancari (40 mila di Intesa, 29,1 di Unicredit), che dovranno essere restituiti. E, in attesa dei risultati definitivi del 2010 le ultime trimestrali hanno mostrato lo smalto solo dopo aver fatto ricorso ad artifici contabili. Su tutti, la riduzione degli accantonamenti per le partite a rischio. Il futuro dirà se si tratta di fortunate preveggenze o di incaute manovre. Poi, più recentemente, la mutata disciplina fiscale ha sollevato i conti di alcune big del credito, dando fiato anche alle quotazioni di Borsa. Ma la crescita economica stenta e l’unico possibile alleato delle banche oggi appare l’inflazione, da curare con il rialzo dei tassi. Questo lubrificherebbe l’economia. Altrimenti è lecito chiedersi, come alcuni stanno già facendo, fino a quando, in presenza di dividendi modesti e di elevati costi di presenza, le fondazioni potranno vantaggiosamente rimanere azioniste degli istituti di credito.

 

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